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EFFETTI FISIOLOGICI DI UN REGOLARE ESERCIZIO FISICO
SUL SISTEMA CARDIOVASCOLARE E SULL’ORGANISMO
(seconda parte)

 

(articolo di Tommaso Donati)

Figura 2-5:

A. Condizione normale a glottide aperta.

B. Esercizio che comporta la chiusura della glottide ed aumento della pressione intratoracica.

C. Andamento della pressione arteriosa durante l’esercizio.

 

Si evidenzia quindi che, in attività con sforzi muscolari particolarmente intensi, il sovraccarico funzionale per il cuore può essere rilevante, in particolare in soggetti con disturbi cardiaci o ipertensione arteriosa. Per questi soggetti è quindi consigliabile un’attività fisica con esercizi di tipo aerobico, che consenta il coinvolgimento di larghe masse muscolari e lo sviluppo di basse forze; sono invece meno indicate attività che comportino l’attivazione di gruppi muscolari relativamente piccoli ed esercizi di potenza con sviluppo di forze elevate.

Le attività di tipo aerobico sono quindi da privilegiare da parte dei soggetti che vogliono migliorare il loro stato di salute ed incrementare l’efficienza del proprio apparato cardiovascolare per tutta una serie di modificazioni che queste producono nell’organismo e che permettono :

un minor dispendio energetico del cuore

un maggiore utilizzo degli acidi grassi come substrato energetico ed un’efficiente perdita di massa grassa

una maggior efficienza dell’organismo in generale e del sistema cardiocircolatorio in particolare

per l’azione importante che svolgono nel favorire un corretto stile di vita e ridurre molti fattori di rischio che possono determinare malattie cardiovascolari.

 

 

ESERCIZIO E MODIFICAZIONI A LIVELLO DEL SISTEMA CARDIOCIRCOLATORIO

Un’adeguata attività fisica determina una serie di importanti adattamenti cardiovascolari.

 

Modificazione delle dimensioni del cuore

E’ noto da lungo tempo che le dimensioni (volume) del cuore sono maggiori nei soggetti allenati rispetto agli individui sedentari.

L’ecocardiografia ha permesso, solo in tempi relativamente recenti, di conoscere più particolari su questa ipertrofia cardiaca valutando, tra gli altri parametri, anche la dimensione delle cavità ventricolari e lo spessore delle pareti; si è così evidenziato che esistono due tipi di ipertrofia.

In soggetti allenati a svolgere attività che richiedono uno sforzo prolungato nel tempo (corsa, bici, nuoto, ecc.), l’ipertrofia è determinata prevalentemente da un aumento della capacità ventricolare per cui, il volume di sangue che va a riempire il ventricolo durante la sistole è maggiore e quindi si ha un maggiore volume di scarica sistolica.

Invece, in soggetti che svolgono attività dove si devono vincere forze cospicue o compiere sforzi di tipo isometrico (lotta, lancio del peso, ecc.), l’ipertrofia è dovuta prevalentemente ad un ispessimento della parete ventricolare per cui, la loro capacità di volume di scarica sistolica non aumenta considerevolmente come nei primi soggetti considerati.

Le dimensioni del cuore sono quindi influenzate dall’attività e dal tipo di allenamento svolto, come mostrano numerosi studi dove il volume cardiaco in soggetti sedentari presentava un incremento apprezzabile al termine di alcuni mesi di allenamento.(7)

Perché queste modificazioni abbiano luogo, sono però necessari tempi di allenamento relativamente lunghi ed i dati predetti, raccolti mediante ecocardiografia, hanno dato chiarimenti in merito alle stimolazioni necessarie ad indurre modificazioni nella funzione cardiaca.

L’allenamento per attività di resistenza richiede, generalmente, sforzi prolungati durante i quali la frequenza cardiaca, la gettata cardiaca ed il ritorno venoso, vengono mantenuti a livelli elevati.

La risposta a questo tipo di stimolazione, che possiamo chiamare "stress di volume", è l’ipertrofia cardiaca, consistente in un aumento di dimensioni della cavità ventricolare.

Per contro, i cuori di soggetti che svolgono abitualmente attività di breve durata, ma con elevata espressione di potenza, non vengono sottoposti a stress di volume, bensì ad aumenti intermittenti della pressione arteriosa. Si parla in questo caso di "stress di pressione" e l’ipertrofia cardiaca, indotta da questo stimolo, consiste in un ispessimento della parete ventricolare.

 

Diminuzione della frequenza cardiaca

La bradicardia in riposo (diminuzione della frequenza cardiaca) indotta dall’allenamento è:

massimamente evidente quando si confrontano soggetti dediti all’allenamento con soggetti non allenati

nettamente apprezzabile quando i soggetti sedentari sono sottoposti ad un programma di allenamento

Vari studi indicano che la bradicardia da allenamento dipende da un condizionamento intensivo prolungato nel tempo.

Si è cercato di indagare sulla causa della bradicardia in riposo conseguente l’allenamento e si sono fatte varie considerazioni.

Il cuore è fornito di due principali innervazioni appartenenti al sistema nervoso autonomo (SNA), l’una costituita da nervi simpatici che, se stimolati, provocano un aumento della frequenza cardiaca, l’altra costituita da nervi parasimpatici che, se stimolati, la fanno diminuire.

Con questa duplice innervazione la frequenza cardiaca può diminuire per effetto di:

- una aumentata influenza parasimpatica

- una diminuita influenza simpatica

per l’effetto combinato dei due fattori precedenti

Vi è un altro fattore da considerare in relazione alla bradicardia da allenamento e cioè la frequenza intrinseca del nodo seno atriale (SA), l’area miocardica specializzata dove si generano gli impulsi eccitatori che determinano il ritmo contrattile intrinseco del cuore.

Se la frequenza del nodo SA diminuisce, la frequenza cardiaca diminuirà indipendentemente dalle influenze del SNA.

La bradicardia in riposo, indotta dall’allenamento, è dovuta molto probabilmente a due fattori:

Una riduzione o rallentamento della frequenza intrinseca del nodo SA. Questo fenomeno si ricollega, a sua volta, al maggiore quantitativo di acetilcolina (il trasmettitore parasimpatico) che si riscontra nel tessuto atriale in seguito ad allenamento ed alla diminuzione di sensibilità del tessuto cardiaco alle catecolamine (che sono una classe di composti chimici comprendente i neurotrasmettitori simpatici adrenalina e noradrenalina).

Un aumento del predominio parasimpatico sulla frequenza del nodo SA conseguente alla

riduzione dell’attività simpatica. Si ritiene che, l’accresciuta influenza parasimpatica, sia

conseguenza della riduzione primaria dell’attività simpatica, causata dall’allenamento

all’esercizio.(8)

 

Aumento del volume di scarica sistolica

Dato che la gettata cardiaca (Q) a riposo è approssimativamente uguale nei soggetti allenati e non e la frequenza cardiaca a riposo è minore nei primi, è facile dedurre che (essendo Q = Vs x Fc dove Vs = volume di scarica sistolica e Fc = frequenza cardiaca) il volume di scarica sistolica risulta maggiore negli individui allenati (questo soprattutto se si praticano attività di resistenza).

L’aumento del volume di scarica sistolica è dovuto, come già detto, ad una cavità ventricolare più grande che consente ad una maggiore quantità di sangue di riempire il ventricolo durante la diastole.

Un altro fattore, che contribuisce a far aumentare detto volume, è una maggior contrattilità del miocardio a seguito dell’allenamento che, può essere messo in rapporto, a modificazioni ultrastrutturali (aumenti dell’attività dell’ATPasi in seno al muscolo cardiaco ed un’accresciuta disponibilità di calcio extracellulare che determina una più efficace interazione tra questo ione e gli elementi contrattili).(9)

Il maggior riempimento diastolico causa, inoltre, un allungamento delle fibre muscolari miocardiche e da ciò deriva lo sviluppo di una maggiore forza in sistole. La relazione tra forza di contrazione e grado di distensione delle fibre miocardiche fu descritta da Frank e Starling nei primi del ‘900. La maggior forza di contrazione delle fibre quando sono più distese, viene attribuita ad una situazione funzionale più favorevole dei miofilamenti da cui dipende il fenomeno della contrazione muscolare.

 

Aumento della vascolarizzazione del cuore

Il flusso di sangue giunge al miocardio attraverso le arterie coronarie che si diramano dalla radice dell’aorta. Le coronarie sono visibili sulla superficie esterna del cuore che esse circondano a forma di corona.

Dalle arterie coronarie, per successive diramazioni, il sangue si distribuisce a tutto il miocardio. In seguito all’allenamento, l’ipertrofia del muscolo, si accompagna ad un aumento distrettuale della densità dei capillari. Questo fenomeno causa un miglioramento del flusso sanguigno destinato al cuore e svolge, quindi, una funzione preventiva nei confronti della malattia coronarica. Il miocardio è, infatti, un tessuto fondamentalmente aerobico e, a differenza degli altri muscoli scheletrici, possiede una limitata capacità di trarre energia dai processi anaerobici, per cui necessita continuamente di un adeguato apporto di ossigeno. Il cuore, usa l’energia derivante dai substrati, per la risintesi di ATP necessaria a sostenere il lavoro muscolare, basandosi quasi esclusivamente su reazioni aerobiche; le fibre miocardiche, infatti, sono le più ricche di mitocondri di tutto l’organismo.

Glucosio, acidi grassi ed acido lattico che si forma nei muscoli, rappresentano il substrato che il miocardio usa per il suo metabolismo. In pratica, il muscolo cardiaco, usa come sorgente energetica ciò che è maggiormente disponibile per cui, se in un lavoro intenso si ha un accumulo di acido lattico proveniente dai muscoli, il cuore ricava circa il 50% della sua energia dalla ossidazione dell’acido lattico, mentre, durante esercizi di resistenza della durata di alcune ore, esso ottiene il 70% dell’energia dalla ossidazione degli acidi grassi.

In seguito ad allenamento, sia il rifornimento di ossigeno e nutrienti, che la rimozione dei prodotti di rifiuto, risultano incrementati per la miglior vascolarizzazione garantendo quindi una migliore efficienza e mantenimento del metabolismo aerobico da parte del cuore.

Vari studi sostengono che, quando si ostruisce una diramazione coronarica che fornisce sangue ad un determinato distretto del muscolo cardiaco, la rete arteriosa può dare luogo ad aggiustamenti che consentono ad altri rami di fornire sangue alla zona colpita (adattamenti indotti dalla ipossia miocardica) con la formazione, da parte delle piccole arterie collaterali, di by-pass naturali che scavalcano la porzione bloccata dell’arteria e che queste capacità di adattamento sono esaltate da un regolare esercizio fisico.(10)

Altri studi confermano un aumento della densità capillare in risposta all’allenamento e, in esperimenti eseguiti su cani nei quali si era artificialmente occlusa un’arteria coronale, si è dimostrato che la vascolarizzazione collaterale è direttamente proporzionale alla quantità di esercizio eseguito.(11)

Alcuni autori ritengono che anche il calibro dei vasi coronari aumenti in seguito ad esecuzione di regolare esercizio fisico e che questo aumento favorisca, quindi, il flusso coronario.

 

Riduzione delle aritmie cardiache

Le aritmie cardiache o disturbi del ritmo dei battiti del cuore, possono causare gravi problemi cardiaci, incluso l’infarto e perfino la morte. E’ stato evidenziato che la regolare pratica di esercizio fisico tende a ridurre la predisposizione del cuore a disturbi del ritmo.(12)

Il meccanismo fisiologico in gioco non è del tutto chiaro, tuttavia, esso può essere ricondotto ad una riduzione della produzione di adrenalina e di altre catecolamine.

 

Riduzione della pressione sanguigna

In seguito ad allenamento, la pressione arteriosa raggiunta dal sangue ad un dato carico di lavoro, diminuisce rispetto ai valori precedenti tale pratica. In particolare, come confermato da vari studi, negli individui ipertesi, si osservano riduzioni significative della pressione arteriosa sia sistolica che diastolica anche allo stato di riposo.

Questo è molto importante perché, le condizioni di ipertensione, possono portare ad una situazione di sovraccarico funzionale per il cuore ed essere quindi, se non trattate, molto pericolose.

Nella figura 2-6 si nota come, l’allenamento continuativo all’esercizio, determina una diminuzione della pressione del sangue, specialmente negli individui ipertesi; dopo il condizionamento la pressione del sangue risulta diminuita, sia in riposo che durante l’esercizio.(13)

Figura 2-6

 

 

Sempre da studi concernenti l’effetto dell’esercizio sulla pressione arteriosa, si evidenzia che :

- Le persone che hanno uno stile di vita attivo hanno una pressione, sia sistolica che diastolica,

minore rispetto ai sedentari

- Generalmente, le persone che risultano in buona forma fisica al test ergometrico, hanno

pressioni (sistolica e diastolica) minori rispetto a soggetti che raggiungono scarsi risultati

- Si è evidenziato un miglioramento della pressione del sangue in pazienti coronaropatici

ipertesi in seguito ad allenamento di tipo aerobico della durata di 3-8 mesi; tale

miglioramento non è stato rilevato nel gruppo di controllo

Non si conosce con precisione il meccanismo responsabile della diminuzione della pressione arteriosa che segue il condizionamento fisico, ma un grosso ruolo è giocato dalla riduzione dell’attivazione simpatica e quindi dalla concomitante riduzione della concentrazione di ormoni (catecolamine) circolanti che comporta, a sua volta, una riduzione delle resistenze periferiche.

L’esercizio fisico può anche aumentare l’escrezione urinaria di sodio, il che induce una riduzione del volume dei liquidi corporei e quindi della pressione arteriosa.

Da tutto questo emerge che, nei soggetti ipertesi o coronaropatici, i vantaggi fisiologici derivanti dall’abbassamento pressorio dovuto all’esercizio fisico, sono tali da incoraggiare l’inclusione di quest’ultimo nella maggior parte dei programmi terapeutici intesi a controllare queste affezioni.

 

Riduzione dei livelli di colesterolo ematico e trigliceridi

Recenti ricerche hanno mostrato che, l’esercizio fisico, non solo riduce il colesterolo ematico totale, ma inoltre fa aumentare la frazione di colesterolo legata alle lipoproteine ad alta densità (HDL) e diminuire quella legata alle lipoproteine a bassa densità (LDL). Il colesterolo, infatti, insolubile in acqua, non circola libero nel plasma ma associato a proteine trasportatrici, per formare lipoproteine. Le dimensioni delle lipoproteine dipendono dalla quantità di grassi e proteine che si legano insieme; quelle ad alta densità risultano costituite da una maggiore quantità di proteine rispetto a quelle a bassa densità.

Da vari studi è emerso che, le percentuali delle diverse frazioni lipoproteiche del colesterolo, rappresentano un indicatore più sensibile, come fattore di rischio vascolare, che non la semplice concentrazione totale del colesterolo.

Come mostra la figura 2-7, un’elevata concentrazione di HDL, costituite da una maggiore frazione proteica ed una minore frazione di colesterolo, si associa ad una riduzione di rischio, mentre un aumento della frazione LDL, ad un aumento di rischio.

Figura 2-7

 

Si ritiene, infatti, che le lipoproteine LDL rappresentino, sostanzialmente, il mezzo per veicolare i grassi a tutte le cellule dell’organismo, incluso l’endotelio delle arterie. Proprio in questa sede, nel processo di aterosclerosi, si verifica un deposito di colesterolo con progressivo restringimento del vaso. Mentre la frazione LDL è coinvolta nel processo di deposizione del grasso, la frazione HDL è coinvolta nella sua rimozione, compreso a livello delle pareti delle arterie; essa riporta i grassi al fegato dove vengono metabolizzati e veicolati nella bile.(14)

Molti studi hanno dimostrato, come detto precedentemente, che l’allenamento fisico determina nell’uomo una riduzione del colesterolo ematico totale, dei trigliceridi, e della concentrazione di LDL e contemporaneamente un aumento del colesterolo HDL. I dati di cui oggi disponiamo indicano quindi che, sia gli individui con alti livelli di colesterolo totale, LDL e trigliceridi, che quelli con bassi livelli di HDL, presentano favorevoli modificazioni di questi valori a seguito di un adeguato programma di allenamento protratto nel tempo.(15)

 

Variazione della capacità di coagulazione del sangue

Un coagulo, insediandosi in un’arteria coronarica, può determinare un infarto cardiaco. Se il coagulo si forma nell’arteria che esso stesso ostruisce, viene detto trombo, se si forma in un’arteria e viene trasportata in un’altra che viene poi ostruita, viene detto embolo.

La coagulazione del sangue implica una complicata serie di reazioni chimiche il cui inizio è scatenato da un tessuto danneggiato o traumatizzato, ad esempio la parte interna di una parete arterosclerotica. La placca eteromatosa ha una superficie ruvida sicché, con lo scorrere del sangue su di essa, si instaura facilmente il meccanismo della coagulazione.

Se vengono alterati il tempo di coagulazione e quello occorrente per la dissoluzione del coagulo, saranno di conseguenza alterati anche la rapidità di formazione ed il numero di coaguli che si formeranno. Si è visto che, l’esercizio fisico, provocando un aumento della capacità fibrinolitica ed una diminuzione della adesività piastrinica, costituisce un fattore in grado di ridurre l’incidenza e la gravità della malattia coronarica.(16)

 

Aumento del volume ematico totale

Sia il volume ematico totale (volemia) che il contenuto totale di emoglobina, aumentano significativamente dopo diverse sessioni di allenamento.

Che questi due valori svolgano un ruolo importante per il sistema di trasporto dell’ossigeno è reso evidente dal fatto che, entrambi, sono strettamente correlati con il massimo consumo di ossigeno del soggetto (VO2 max).

Una maggiore massa di sangue consente al cuore di raggiungere una maggiore gettata pulsatoria e cardiaca durante l’attività fisica e può facilitare la cessione di ossigeno a livello tessutale.

Inoltre, un maggior volume di sangue, conferisce al soggetto allenato un vantaggio nella termoregolazione, sia perché il calore corporeo profondo viene trasportato fino alla periferia, dove può essere disperso dal sangue, sia perché il sudore proviene dal plasma.

Nella tabella 2-1 è presente uno studio sulle modificazioni dei valori di emoglobina e di volume ematico totale dopo un periodo di condizionamento fisico. Si noti che, di regola, la concentrazione di emoglobina non varia per l’effetto dell’allenamento, semmai diminuisce leggermente.(17)

Tabella 2-1

 

 

 

ALTRE PRINCIPALI MODIFICAZIONI INDOTTE DALL’ESERCIZIO

L’allenamento produce notevoli modificazioni anche a livello di altri sistemi ed apparati nel nostro organismo.

 

Modificazioni respiratorie

Gli adattamenti dei sistemi cardiovascolare e polmonare all’allenamento di tipo aerobico, si verificano parallelamente, in quanto, questi due sistemi, sono strettamente connessi sul piano funzionale nei processi aerobici.

L’allenamento determina un incremento dell’efficienza ventilatoria. Una maggiore efficienza ventilatoria sta ad indicare che, la quantità di aria ventilata e quindi la quantità di ossigeno consumato per realizzare un lavoro muscolare di una determinata intensità, è inferiore dopo il condizionamento rispetto alle condizioni precedenti quest’ultimo. Ciò dipende dalle modificazioni che l’esercizio fisico induce nell’organismo ed, in particolare, nel sistema cardiovascolare e respiratorio. Più specificatamente abbiamo, a livello del sistema respiratorio, una più estesa superficie alveolo-capillare, una maggiore capacità di diffusione polmonare e maggiori valori dei diversi volumi polmonari.

Tutti questi adattamenti sono di notevole importanza perché hanno importanti conseguenze sullo stato di salute del soggetto. Infatti, dal momento che il costo energetico in ossigeno della ventilazione aumenta di molto con l’aumentare di quest’ultima, una maggior efficienza ventilatoria, soprattutto nel corso di uno sforzo prolungato, si traduce in una minore richiesta di ossigeno da parte dei muscoli respiratori, con un risparmio energetico da cui trae vantaggio l’intero organismo.

 

Modificazioni a livello muscolare

L’allenamento è in grado di determinare un aumento della forza, potenza e resistenza muscolare, la cui entità varia in base alla specificità del programma di allenamento ed alle caratteristiche costituzionali dell’individuo.

L’esercizio fisico, causa un’ipertrofia del muscolo scheletrico ed un incremento del numero dei vasi capillari che circondano le fibre muscolari.

Da vari studi è emerso che, le fibre muscolari di soggetti allenati, possono essere fino al 30% più grosse di quelle di un gruppo di soggetti non allenati di pari età. Inoltre è stato accertato che, nei soggetti allenati, ogni fibra muscolare è circondata in media da 6 capillari, mentre nei sedentari ve ne sono in media 4. Sia il rifornimento di ossigeno e nutrienti al muscolo che l’eliminazione da questo dei prodotti di rifiuto risultano, quindi, incrementati.

Si registra anche, a livello delle fibre muscolari, un aumento del numero e delle dimensioni dei mitocondri (le centrali di produzione energetica della cellula) e quindi aumenta la quantità di energia disponibile per il lavoro muscolare.

Inoltre, l’allenamento aerobico, induce una maggior capacità, da parte dei tessuti, di desaturare in ossigeno il sangue arterioso durante il lavoro muscolare. Questo, è dovuto, ad una preferenziale distribuzione regionale del sangue ai muscoli che lavorano e ad una maggiore capacità estrattiva delle cellule muscolari.

L’insieme di queste modificazioni determina, quindi, un aumento della capacità e dell’efficienza muscolare dell’individuo.(18)

 

Modificazioni nei tessuti connettivi

Ossa – L’allenamento è in grado di stimolare la produzione della matrice ossea (attraverso un’azione favorente l’attività degli osteoblasti) e determinare un irrobustimento e aumento del carico di rottura delle ossa.

Legamenti, tendini e cartilagini – E’ stato osservato che, l’esercizio fisico, determina un aumento del carico di rottura di legamenti e tendini, una maggior forza di adesione di questi alle ossa e la capacità di sostenere stress maggiori con minori rischi di lesioni. La modificazione di maggior rilievo a carico delle cartilagini è l’ispessimento di quest’ultime in tutte le strutture articolari interessate dall’attività fisica.

 

Modificazioni metaboliche

La quantità di glicogeno muscolare utilizzato per realizzare un lavoro di una determinata intensità è inferiore dopo un periodo di allenamento rispetto alle condizioni precedenti quest’ultimo. Questo "risparmio di glicogeno" si ricollega, probabilmente, all’accresciuta capacità del muscolo di utilizzare ed ossidare gli acidi grassi liberi come combustibile metabolico ed in tal modo preservare le scorte di glicogeno. Il fenomeno, si può spiegare, tenendo conto delle modificazioni biochimiche che avvengono nell’organismo in seguito all’allenamento (prevalentemente con quello di resistenza). Ad esempio si ha: un aumento dei depositi intramuscolari di trigliceridi, una maggiore cessione di acidi grassi liberi da parte del tessuto adiposo, che fa aumentare la quantità di grassi utilizzabili come combustibile ed un’accresciuta attività degli enzimi implicati nell’attivazione, nel trasporto e nella scissione degli acidi grassi. Tutto questo è molto importante perché i grassi possono servire da combustibile per i muscoli scheletrici durante gli esercizi di resistenza; in effetti, un’accresciuta capacità di ossidazione dei grassi, costituisce un indubbio vantaggio per migliorare le prestazioni in queste attività. A parità di carico di lavoro, infatti, il soggetto allenato ossida una maggiore quantità di grassi ed una minore quantità di carboidrati rispetto ad un sedentario.

Questo è molto importante, perché, di conseguenza, si ha una minore utilizzazione di glicogeno e quindi un minor accumulo di acido lattico (anche perché a seguito dell’allenamento si ha un innalzamento della soglia anaerobica, cioè l’intensità di lavoro oltre la quale si verifica un brusco aumento di acido lattico nel sangue). La deplezione di glicogeno e l’accumulo di acido lattico sono stati messi, da molti autori, in relazione con l’insorgere della fatica muscolare. Di conseguenza, l’effetto di risparmio di glicogeno, risulta essere un fattore importante per ritardare il manifestarsi della fatica e per migliorare le prestazioni soggettive, in particolare in attività prolungate nel tempo.(19)

 

Modificazioni nella composizione corporea

L’allenamento induce, nella composizione corporea, le seguenti modificazioni :

una diminuzione del grasso corporeo totale

un lieve aumento della massa corporea magra

una diminuzione del peso corporeo totale

Queste modificazioni, in particolar modo la diminuzione del grasso corporeo, sono più pronunciate negli individui obesi che nei soggetti già magri e possono essere spiegate da :

uno sviluppo muscolare dell’individuo che comporta un aumento della sua massa magra e quindi anche del suo metabolismo basale (consumo energetico minimo in condizioni basali, cioè per sostenere le principali funzioni vitali)

un maggior consumo calorico giornaliero determinato dal lavoro muscolare svolto che, se associato ad un adeguato regime dietetico, determina un bilancio energetico negativo, per cui le calorie introdotte sono minori di quelle spese; di conseguenza si ha una diminuzione di grasso corporeo ed un calo ponderale

 

Modificazione dello stile di vita

L’allenamento e la pratica di esercizio fisico, generalmente inducono nei soggetti, una modificazione ed un miglioramento dello stile di vita.

Da varie indagini è emerso che, chi pratica attività fisica in modo regolare, tende ad avere una dieta più equilibrata ( più ricca di frutta, verdura e fibre e povera di grassi animali), a non fumare o fumare solo un numero limitato di sigarette, a non abusare di alcolici, ad essere più informato su argomenti come la prevenzione e la cura delle più importanti malattie ed in generale a preoccuparsi di più del proprio stato di salute, seguendo uno stile di vita più sano.(20)

Inoltre, l’esercizio fisico, risulta un’ottima valvola di sfogo per incanalare ed eliminare tutte le tensioni e lo stress accumulati nel corso della giornata.

Chi pratica attività fisica, a seguito delle modificazioni biochimiche ed ormonali indotte nell’organismo dall’allenamento, tende ad essere più sereno e soddisfatto rispetto ai soggetti sedentari, a godere di un miglior benessere psicologico ed a presentare una maggiore vitalità e gioia di vivere.

La tabella 2-2 riassume i principali vantaggi psicologici favoriti da uno stile di vita attivo.

Effetti benefici potenziali a livello psicologico di una regolare attività fisica

- riduzione dello stato di ansia

- miglioramento degli stati depressivi

- azione coadiuvante nella terapia farmacologica della depressione

- riduzione dell’importanza degli atteggiamenti di tipo nevrotico

- miglioramento dell’umore e della stima di se stessi

- riduzione dello stress

Tabella 2-2

 

 

TAV. 1

MODIFICAZIONI INDOTTE DALL’ALLENAMENTO NEL SISTEMA CARDIOCIRCOLATORIO

- MODIFICAZIONE DELLE DIMENSIONI DEL CUORE

- DIMINUZIONE DELLA FREQUENZA CARDIACA

- AUMENTO DEL VOLUME DI SCARICA SISTOLICA

- AUMENTO DELLA VASCOLARIZZAZIONE DEL CUORE

- RIDUZIONE DELLE ARITMIE CARDIACHE

- RIDUZIONE DELLA PRESSIONE SANGUIGNA

- RIDUZIONE DEI LIVELLI DI COLESTEROLO EMATICO E TRIGLICERIDI

- VARIAZIONE DELLA CAPACITA’ DI COAGULAZIONE DEL SANGUE

- AUMENTO DEL VOLUME EMATICO TOTALE

 

 

TAV. 2

ALTRI PRINCIPALI ADATTAMENTI INDOTTI DALL’ALLENAMENTO

- MODIFICAZIONI RESPIRATORIE

- MODIFICAZIONI A LIVELLO MUSCOLARE

- MODIFICAZIONI NEI TESSUTI CONNETTIVI

- MODIFICAZIONI METABOLICHE

- MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE CORPOREA

- MODIFICAZIONE DELLO STILE DI VITA

 

 

Come sintetizzato dalla TAV. 1 e dalla TAV. 2 nella pagina precedente, ci sono molte ragioni per cui, una regolare attività fisica, è fondamentale per garantire una migliore efficienza fisica. Innanzitutto, l’insieme di modificazioni che avvengono a livello cardiaco, permettono una migliore ossigenazione del tessuto cardiaco, un aumento d’efficienza del cuore come pompa ed allo stesso tempo una riduzione del lavoro e del consumo energetico del miocardio, sia a riposo che per un determinato carico di lavoro..

Anche la maggior efficienza respiratoria e la riduzione della frequenza respiratoria, conseguenti all’allenamento, favoriscono una riduzione del dispendio energetico dell’organismo.

Le modificazioni a livello muscolare permettono un aumento della capacità lavorativa dell’individuo (forza, resistenza, ecc.) e quindi la possibilità di svolgere con minore fatica ed in modo più redditizio le varie attività fisiche di ogni giorno.

Oltre a garantire un miglior stato di benessere e di efficienza all’intero organismo, l’esercizio fisico è importante in quanto contribuisce, più o meno direttamente (come precedentemente visto), a ridurre molti dei fattori di rischio di malattie cardiovascolari (diminuzione della pressione sanguigna, calo dei livelli di colesterolo e trigliceridi, riduzione del grasso corporeo, capacità di contrastare lo stress, ecc.) ed a favorire un corretto stile di vita.(21)

Un’attività fisica, opportunamente programmata, risulta quindi importante per permettere ad ogni individuo una migliore qualità ed aspettativa di vita.

 

 

 

Bibliografia

  1. Frick M. : Effects of physical training on circulation at rest and during exercise. Am J Cardiol 1963 ; 12 : 142-147.

  2. Badeer H.S. : Resting bradycardia of exercise training. The metabolism of contraction. Baltimora University Park Press 1975 ; 553-560.

  3. Bernard R.J. : Long term effects of exercise on cardiac function. Exercise and Sport Sciences Reviews. New York : Accademic Press 1975 ; 113-133.

  4. Fox S.M. : Physical activity and the prevention of coronary heart disease. Ann Clin Res 1971 ; 3 : 404-432.

  5. Eckstein R.W. Effects of exercise and coronary heart narrowing on coronary collateral circulation. Circ Res 1957 ; 5 : 230-235.

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  8. McArdle-Katch-Katch : Fisiologia applicata allo sport. Casa Editrice Ambrosiana 1997 ; 18 : 548-549.

  9. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico Editore 1995 ; 15 : 462-463.

  10. Fox S.M. : Physical activity and the prevention of coronary heart disease. Ann Clin Res 1971 ; 3 : 404-432.

  11. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico Editore 1995 ; 13 : 360-361.

  12. McArdle-Katch-Katch : Fisiologia applicata allo sport. Casa Editrice Ambrosiana 1997 ; 12 : 383-384.

  13. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico Editore 1995 ; 13 : 363-366.

  14. Fox S.M. : Physical activity and the prevention of coronary heart disease. Ann Clin Res 1971 ; 3 : 404-432.

  15. Donati Tommaso : L’intervento riabilitativo dopo l’infarto miocardico acuto. Tesi di laurea presso la Facoltà di Scienze Motorie di Urbino. 2000 ; 2 : 18-27.

 

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