Si evidenzia quindi che, in attività con sforzi muscolari
particolarmente intensi, il sovraccarico funzionale per il cuore può essere
rilevante, in particolare in soggetti con disturbi cardiaci o ipertensione
arteriosa. Per questi soggetti è quindi consigliabile un’attività fisica con
esercizi di tipo aerobico, che consenta il coinvolgimento di larghe masse
muscolari e lo sviluppo di basse forze; sono invece meno indicate attività che
comportino l’attivazione di gruppi muscolari relativamente piccoli ed esercizi
di potenza con sviluppo di forze elevate.
Le attività di tipo aerobico sono quindi da privilegiare da
parte dei soggetti che vogliono migliorare il loro stato di salute ed
incrementare l’efficienza del proprio apparato cardiovascolare per
tutta una serie di modificazioni che queste producono nell’organismo e che
permettono :
Un’adeguata attività fisica determina una serie di
importanti adattamenti cardiovascolari.
Modificazione delle dimensioni del
cuore
E’ noto da lungo tempo che le dimensioni (volume) del cuore
sono maggiori nei soggetti allenati rispetto agli individui sedentari.
L’ecocardiografia ha permesso, solo in tempi relativamente
recenti, di conoscere più particolari su questa ipertrofia cardiaca valutando,
tra gli altri parametri, anche la dimensione delle cavità ventricolari e lo
spessore delle pareti; si è così evidenziato che esistono due tipi di
ipertrofia.
In soggetti allenati a svolgere attività che richiedono uno
sforzo prolungato nel tempo (corsa, bici, nuoto, ecc.), l’ipertrofia è
determinata prevalentemente da un aumento della capacità ventricolare per cui,
il volume di sangue che va a riempire il ventricolo durante la sistole è
maggiore e quindi si ha un maggiore volume di scarica sistolica.
Invece, in soggetti che svolgono attività dove si devono
vincere forze cospicue o compiere sforzi di tipo isometrico (lotta, lancio del
peso, ecc.), l’ipertrofia è dovuta prevalentemente ad un ispessimento della
parete ventricolare per cui, la loro capacità di volume di scarica sistolica
non aumenta considerevolmente come nei primi soggetti considerati.
Le dimensioni del cuore sono quindi influenzate
dall’attività e dal tipo di allenamento svolto, come mostrano numerosi studi
dove il volume cardiaco in soggetti sedentari presentava un incremento
apprezzabile al termine di alcuni mesi di allenamento.(7)
Perché queste modificazioni abbiano luogo, sono però
necessari tempi di allenamento relativamente lunghi ed i dati predetti, raccolti
mediante ecocardiografia, hanno dato chiarimenti in merito alle stimolazioni
necessarie ad indurre modificazioni nella funzione cardiaca.
L’allenamento per attività di resistenza richiede,
generalmente, sforzi prolungati durante i quali la frequenza cardiaca, la
gettata cardiaca ed il ritorno venoso, vengono mantenuti a livelli elevati.
La risposta a questo tipo di stimolazione, che possiamo
chiamare "stress di volume", è l’ipertrofia cardiaca, consistente
in un aumento di dimensioni della cavità ventricolare.
Per contro, i cuori di soggetti che svolgono abitualmente
attività di breve durata, ma con elevata espressione di potenza, non vengono
sottoposti a stress di volume, bensì ad aumenti intermittenti della pressione
arteriosa. Si parla in questo caso di "stress di pressione" e
l’ipertrofia cardiaca, indotta da questo stimolo, consiste in un ispessimento
della parete ventricolare.
Diminuzione della frequenza cardiaca
La bradicardia in riposo (diminuzione della frequenza
cardiaca) indotta dall’allenamento è:
massimamente evidente quando si confrontano soggetti dediti
all’allenamento con soggetti non allenati
nettamente apprezzabile quando i soggetti sedentari sono
sottoposti ad un programma di allenamento
Vari studi indicano che la bradicardia da allenamento dipende
da un condizionamento intensivo prolungato nel tempo.
Si è cercato di indagare sulla causa della bradicardia in
riposo conseguente l’allenamento e si sono fatte varie considerazioni.
Il cuore è fornito di due principali innervazioni
appartenenti al sistema nervoso autonomo (SNA), l’una costituita da nervi
simpatici che, se stimolati, provocano un aumento della frequenza cardiaca,
l’altra costituita da nervi parasimpatici che, se stimolati, la fanno
diminuire.
Con questa duplice innervazione la frequenza cardiaca può
diminuire per effetto di:
- una aumentata influenza parasimpatica
- una diminuita influenza simpatica
per l’effetto combinato dei due fattori precedenti
Vi è un altro fattore da considerare in relazione alla
bradicardia da allenamento e cioè la frequenza intrinseca del nodo seno atriale
(SA), l’area miocardica specializzata dove si generano gli impulsi eccitatori
che determinano il ritmo contrattile intrinseco del cuore.
Se la frequenza del nodo SA diminuisce, la frequenza cardiaca
diminuirà indipendentemente dalle influenze del SNA.
La bradicardia in riposo, indotta dall’allenamento, è
dovuta molto probabilmente a due fattori:
Una riduzione o rallentamento della frequenza intrinseca
del nodo SA. Questo fenomeno si ricollega, a sua volta, al maggiore
quantitativo di acetilcolina (il trasmettitore parasimpatico) che si riscontra
nel tessuto atriale in seguito ad allenamento ed alla diminuzione di
sensibilità del tessuto cardiaco alle catecolamine (che sono una classe di
composti chimici comprendente i neurotrasmettitori simpatici adrenalina e
noradrenalina).
Un aumento del predominio parasimpatico sulla frequenza del
nodo SA conseguente alla
riduzione dell’attività simpatica. Si ritiene che,
l’accresciuta influenza parasimpatica, sia
conseguenza della riduzione primaria dell’attività
simpatica, causata dall’allenamento
all’esercizio.(8)
Aumento del volume di scarica
sistolica
Dato che la gettata cardiaca (Q) a riposo è
approssimativamente uguale nei soggetti allenati e non e la frequenza cardiaca a
riposo è minore nei primi, è facile dedurre che (essendo Q = Vs x Fc dove Vs =
volume di scarica sistolica e Fc = frequenza cardiaca) il volume di scarica
sistolica risulta maggiore negli individui allenati (questo soprattutto se si
praticano attività di resistenza).
L’aumento del volume di scarica sistolica è dovuto, come
già detto, ad una cavità ventricolare più grande che consente ad una maggiore
quantità di sangue di riempire il ventricolo durante la diastole.
Un altro fattore, che contribuisce a far aumentare detto
volume, è una maggior contrattilità del miocardio a seguito dell’allenamento
che, può essere messo in rapporto, a modificazioni ultrastrutturali (aumenti
dell’attività dell’ATPasi in seno al muscolo cardiaco ed un’accresciuta
disponibilità di calcio extracellulare che determina una più efficace
interazione tra questo ione e gli elementi contrattili).(9)
Il maggior riempimento diastolico causa, inoltre, un
allungamento delle fibre muscolari miocardiche e da ciò deriva lo sviluppo di
una maggiore forza in sistole. La relazione tra forza di contrazione e grado di
distensione delle fibre miocardiche fu descritta da Frank e Starling nei primi
del ‘900. La maggior forza di contrazione delle fibre quando sono più
distese, viene attribuita ad una situazione funzionale più favorevole dei
miofilamenti da cui dipende il fenomeno della contrazione muscolare.
Aumento della vascolarizzazione del
cuore
Il flusso di sangue giunge al miocardio attraverso le arterie
coronarie che si diramano dalla radice dell’aorta. Le coronarie sono visibili
sulla superficie esterna del cuore che esse circondano a forma di corona.
Dalle arterie coronarie, per successive diramazioni, il
sangue si distribuisce a tutto il miocardio. In seguito all’allenamento,
l’ipertrofia del muscolo, si accompagna ad un aumento distrettuale della
densità dei capillari. Questo fenomeno causa un miglioramento del flusso
sanguigno destinato al cuore e svolge, quindi, una funzione preventiva nei
confronti della malattia coronarica. Il miocardio è, infatti, un tessuto
fondamentalmente aerobico e, a differenza degli altri muscoli scheletrici,
possiede una limitata capacità di trarre energia dai processi anaerobici, per
cui necessita continuamente di un adeguato apporto di ossigeno. Il cuore, usa
l’energia derivante dai substrati, per la risintesi di ATP necessaria a
sostenere il lavoro muscolare, basandosi quasi esclusivamente su reazioni
aerobiche; le fibre miocardiche, infatti, sono le più ricche di mitocondri di
tutto l’organismo.
Glucosio, acidi grassi ed acido lattico che si forma nei
muscoli, rappresentano il substrato che il miocardio usa per il suo metabolismo.
In pratica, il muscolo cardiaco, usa come sorgente energetica ciò che è
maggiormente disponibile per cui, se in un lavoro intenso si ha un accumulo di
acido lattico proveniente dai muscoli, il cuore ricava circa il 50% della sua
energia dalla ossidazione dell’acido lattico, mentre, durante esercizi di
resistenza della durata di alcune ore, esso ottiene il 70% dell’energia dalla
ossidazione degli acidi grassi.
In seguito ad allenamento, sia il rifornimento di ossigeno e
nutrienti, che la rimozione dei prodotti di rifiuto, risultano incrementati per
la miglior vascolarizzazione garantendo quindi una migliore efficienza e
mantenimento del metabolismo aerobico da parte del cuore.
Vari studi sostengono che, quando si ostruisce una
diramazione coronarica che fornisce sangue ad un determinato distretto del
muscolo cardiaco, la rete arteriosa può dare luogo ad aggiustamenti che
consentono ad altri rami di fornire sangue alla zona colpita (adattamenti
indotti dalla ipossia miocardica) con la formazione, da parte delle piccole
arterie collaterali, di by-pass naturali che scavalcano la porzione bloccata
dell’arteria e che queste capacità di adattamento sono esaltate da un
regolare esercizio fisico.(10)
Altri studi confermano un aumento della densità capillare in
risposta all’allenamento e, in esperimenti eseguiti su cani nei quali si era
artificialmente occlusa un’arteria coronale, si è dimostrato che la
vascolarizzazione collaterale è direttamente proporzionale alla quantità di
esercizio eseguito.(11)
Alcuni autori ritengono che anche il calibro dei vasi
coronari aumenti in seguito ad esecuzione di regolare esercizio fisico e che
questo aumento favorisca, quindi, il flusso coronario.
Riduzione delle aritmie cardiache
Le aritmie cardiache o disturbi del ritmo dei battiti del
cuore, possono causare gravi problemi cardiaci, incluso l’infarto e perfino la
morte. E’ stato evidenziato che la regolare pratica di esercizio fisico tende
a ridurre la predisposizione del cuore a disturbi del ritmo.(12)
Il meccanismo fisiologico in gioco non è del tutto chiaro,
tuttavia, esso può essere ricondotto ad una riduzione della produzione di
adrenalina e di altre catecolamine.
Riduzione della pressione sanguigna
In seguito ad allenamento, la pressione arteriosa raggiunta
dal sangue ad un dato carico di lavoro, diminuisce rispetto ai valori precedenti
tale pratica. In particolare, come confermato da vari studi, negli individui
ipertesi, si osservano riduzioni significative della pressione arteriosa sia
sistolica che diastolica anche allo stato di riposo.
Questo è molto importante perché, le condizioni di
ipertensione, possono portare ad una situazione di sovraccarico funzionale per
il cuore ed essere quindi, se non trattate, molto pericolose.
Nella figura 2-6 si nota come, l’allenamento continuativo
all’esercizio, determina una diminuzione della pressione del sangue,
specialmente negli individui ipertesi; dopo il condizionamento la pressione del
sangue risulta diminuita, sia in riposo che durante l’esercizio.(13)

Figura 2-6
Sempre da studi concernenti l’effetto dell’esercizio
sulla pressione arteriosa, si evidenzia che :
- Le persone che hanno uno stile di vita attivo hanno una
pressione, sia sistolica che diastolica,
minore rispetto ai sedentari
- Generalmente, le persone che risultano in buona forma
fisica al test ergometrico, hanno
pressioni (sistolica e diastolica) minori rispetto a soggetti
che raggiungono scarsi risultati
- Si è evidenziato un miglioramento della pressione del
sangue in pazienti coronaropatici
ipertesi in seguito ad allenamento di tipo aerobico della
durata di 3-8 mesi; tale
miglioramento non è stato rilevato nel gruppo di controllo
Non si conosce con precisione il meccanismo responsabile
della diminuzione della pressione arteriosa che segue il condizionamento fisico,
ma un grosso ruolo è giocato dalla riduzione dell’attivazione simpatica e
quindi dalla concomitante riduzione della concentrazione di ormoni (catecolamine)
circolanti che comporta, a sua volta, una riduzione delle resistenze
periferiche.
L’esercizio fisico può anche aumentare l’escrezione
urinaria di sodio, il che induce una riduzione del volume dei liquidi corporei e
quindi della pressione arteriosa.
Da tutto questo emerge che, nei soggetti ipertesi o
coronaropatici, i vantaggi fisiologici derivanti dall’abbassamento pressorio
dovuto all’esercizio fisico, sono tali da incoraggiare l’inclusione di
quest’ultimo nella maggior parte dei programmi terapeutici intesi a
controllare queste affezioni.
Riduzione dei livelli di colesterolo
ematico e trigliceridi
Recenti ricerche hanno mostrato che, l’esercizio fisico,
non solo riduce il colesterolo ematico totale, ma inoltre fa aumentare la
frazione di colesterolo legata alle lipoproteine ad alta densità (HDL) e
diminuire quella legata alle lipoproteine a bassa densità (LDL). Il
colesterolo, infatti, insolubile in acqua, non circola libero nel plasma ma
associato a proteine trasportatrici, per formare lipoproteine. Le dimensioni
delle lipoproteine dipendono dalla quantità di grassi e proteine che si legano
insieme; quelle ad alta densità risultano costituite da una maggiore quantità
di proteine rispetto a quelle a bassa densità.
Da vari studi è emerso che, le percentuali delle diverse
frazioni lipoproteiche del colesterolo, rappresentano un indicatore più
sensibile, come fattore di rischio vascolare, che non la semplice concentrazione
totale del colesterolo.
Come mostra la figura 2-7, un’elevata concentrazione di
HDL, costituite da una maggiore frazione proteica ed una minore frazione di
colesterolo, si associa ad una riduzione di rischio, mentre un aumento della
frazione LDL, ad un aumento di rischio.

Figura 2-7
Si ritiene, infatti, che le lipoproteine LDL rappresentino,
sostanzialmente, il mezzo per veicolare i grassi a tutte le cellule
dell’organismo, incluso l’endotelio delle arterie. Proprio in questa sede,
nel processo di aterosclerosi, si verifica un deposito di colesterolo con
progressivo restringimento del vaso. Mentre la frazione LDL è coinvolta nel
processo di deposizione del grasso, la frazione HDL è coinvolta nella sua
rimozione, compreso a livello delle pareti delle arterie; essa riporta i grassi
al fegato dove vengono metabolizzati e veicolati nella bile.(14)
Molti studi hanno dimostrato, come detto precedentemente, che
l’allenamento fisico determina nell’uomo una riduzione del colesterolo
ematico totale, dei trigliceridi, e della concentrazione di LDL e
contemporaneamente un aumento del colesterolo HDL. I dati di cui oggi disponiamo
indicano quindi che, sia gli individui con alti livelli di colesterolo totale,
LDL e trigliceridi, che quelli con bassi livelli di HDL, presentano favorevoli
modificazioni di questi valori a seguito di un adeguato programma di allenamento
protratto nel tempo.(15)
Variazione della capacità di
coagulazione del sangue
Un coagulo, insediandosi in un’arteria coronarica, può
determinare un infarto cardiaco. Se il coagulo si forma nell’arteria che esso
stesso ostruisce, viene detto trombo, se si forma in un’arteria e viene
trasportata in un’altra che viene poi ostruita, viene detto embolo.
La coagulazione del sangue implica una complicata serie di
reazioni chimiche il cui inizio è scatenato da un tessuto danneggiato o
traumatizzato, ad esempio la parte interna di una parete arterosclerotica. La
placca eteromatosa ha una superficie ruvida sicché, con lo scorrere del sangue
su di essa, si instaura facilmente il meccanismo della coagulazione.
Se vengono alterati il tempo di coagulazione e quello
occorrente per la dissoluzione del coagulo, saranno di conseguenza alterati
anche la rapidità di formazione ed il numero di coaguli che si formeranno. Si
è visto che, l’esercizio fisico, provocando un aumento della capacità
fibrinolitica ed una diminuzione della adesività piastrinica, costituisce un
fattore in grado di ridurre l’incidenza e la gravità della malattia
coronarica.(16)
Aumento del volume ematico totale
Sia il volume ematico totale (volemia) che il contenuto
totale di emoglobina, aumentano significativamente dopo diverse sessioni di
allenamento.
Che questi due valori svolgano un ruolo importante per il
sistema di trasporto dell’ossigeno è reso evidente dal fatto che, entrambi,
sono strettamente correlati con il massimo consumo di ossigeno del soggetto (VO2
max).
Una maggiore massa di sangue consente al cuore di raggiungere
una maggiore gettata pulsatoria e cardiaca durante l’attività fisica e può
facilitare la cessione di ossigeno a livello tessutale.
Inoltre, un maggior volume di sangue, conferisce al soggetto
allenato un vantaggio nella termoregolazione, sia perché il calore corporeo
profondo viene trasportato fino alla periferia, dove può essere disperso dal
sangue, sia perché il sudore proviene dal plasma.
Nella tabella 2-1 è presente uno studio sulle modificazioni
dei valori di emoglobina e di volume ematico totale dopo un periodo di
condizionamento fisico. Si noti che, di regola, la concentrazione di emoglobina
non varia per l’effetto dell’allenamento, semmai diminuisce leggermente.(17)

Tabella 2-1
ALTRE PRINCIPALI MODIFICAZIONI
INDOTTE DALL’ESERCIZIO
L’allenamento produce notevoli modificazioni anche a
livello di altri sistemi ed apparati nel nostro organismo.
Modificazioni respiratorie
Gli adattamenti dei sistemi cardiovascolare e polmonare
all’allenamento di tipo aerobico, si verificano parallelamente, in quanto,
questi due sistemi, sono strettamente connessi sul piano funzionale nei processi
aerobici.
L’allenamento determina un incremento dell’efficienza
ventilatoria. Una maggiore efficienza ventilatoria sta ad indicare che, la
quantità di aria ventilata e quindi la quantità di ossigeno consumato per
realizzare un lavoro muscolare di una determinata intensità, è inferiore dopo
il condizionamento rispetto alle condizioni precedenti quest’ultimo. Ciò
dipende dalle modificazioni che l’esercizio fisico induce nell’organismo ed,
in particolare, nel sistema cardiovascolare e respiratorio. Più
specificatamente abbiamo, a livello del sistema respiratorio, una più estesa
superficie alveolo-capillare, una maggiore capacità di diffusione polmonare e
maggiori valori dei diversi volumi polmonari.
Tutti questi adattamenti sono di notevole importanza perché
hanno importanti conseguenze sullo stato di salute del soggetto. Infatti, dal
momento che il costo energetico in ossigeno della ventilazione aumenta di molto
con l’aumentare di quest’ultima, una maggior efficienza ventilatoria,
soprattutto nel corso di uno sforzo prolungato, si traduce in una minore
richiesta di ossigeno da parte dei muscoli respiratori, con un risparmio
energetico da cui trae vantaggio l’intero organismo.
Modificazioni a livello muscolare
L’allenamento è in grado di determinare un aumento della
forza, potenza e resistenza muscolare, la cui entità varia in base alla
specificità del programma di allenamento ed alle caratteristiche costituzionali
dell’individuo.
L’esercizio fisico, causa un’ipertrofia del muscolo
scheletrico ed un incremento del numero dei vasi capillari che circondano le
fibre muscolari.
Da vari studi è emerso che, le fibre muscolari di soggetti
allenati, possono essere fino al 30% più grosse di quelle di un gruppo di
soggetti non allenati di pari età. Inoltre è stato accertato che, nei soggetti
allenati, ogni fibra muscolare è circondata in media da 6 capillari, mentre nei
sedentari ve ne sono in media 4. Sia il rifornimento di ossigeno e nutrienti al
muscolo che l’eliminazione da questo dei prodotti di rifiuto risultano,
quindi, incrementati.
Si registra anche, a livello delle fibre muscolari, un
aumento del numero e delle dimensioni dei mitocondri (le centrali di produzione
energetica della cellula) e quindi aumenta la quantità di energia disponibile
per il lavoro muscolare.
Inoltre, l’allenamento aerobico, induce una maggior capacità,
da parte dei tessuti, di desaturare in ossigeno il sangue arterioso durante il
lavoro muscolare. Questo, è dovuto, ad una preferenziale distribuzione
regionale del sangue ai muscoli che lavorano e ad una maggiore capacità
estrattiva delle cellule muscolari.
L’insieme di queste modificazioni determina, quindi, un
aumento della capacità e dell’efficienza muscolare dell’individuo.(18)
Modificazioni nei tessuti connettivi
Ossa – L’allenamento è in grado di stimolare la
produzione della matrice ossea (attraverso un’azione favorente l’attività
degli osteoblasti) e determinare un irrobustimento e aumento del carico di
rottura delle ossa.
Legamenti, tendini e cartilagini – E’ stato osservato
che, l’esercizio fisico, determina un aumento del carico di rottura di
legamenti e tendini, una maggior forza di adesione di questi alle ossa e la
capacità di sostenere stress maggiori con minori rischi di lesioni. La
modificazione di maggior rilievo a carico delle cartilagini è l’ispessimento
di quest’ultime in tutte le strutture articolari interessate dall’attività
fisica.
Modificazioni metaboliche
La quantità di glicogeno muscolare utilizzato per realizzare
un lavoro di una determinata intensità è inferiore dopo un periodo di
allenamento rispetto alle condizioni precedenti quest’ultimo. Questo
"risparmio di glicogeno" si ricollega, probabilmente,
all’accresciuta capacità del muscolo di utilizzare ed ossidare gli acidi
grassi liberi come combustibile metabolico ed in tal modo preservare le scorte
di glicogeno. Il fenomeno, si può spiegare, tenendo conto delle modificazioni
biochimiche che avvengono nell’organismo in seguito all’allenamento
(prevalentemente con quello di resistenza). Ad esempio si ha: un aumento dei
depositi intramuscolari di trigliceridi, una maggiore cessione di acidi grassi
liberi da parte del tessuto adiposo, che fa aumentare la quantità di grassi
utilizzabili come combustibile ed un’accresciuta attività degli enzimi
implicati nell’attivazione, nel trasporto e nella scissione degli acidi
grassi. Tutto questo è molto importante perché i grassi possono servire da
combustibile per i muscoli scheletrici durante gli esercizi di resistenza; in
effetti, un’accresciuta capacità di ossidazione dei grassi, costituisce un
indubbio vantaggio per migliorare le prestazioni in queste attività. A parità
di carico di lavoro, infatti, il soggetto allenato ossida una maggiore quantità
di grassi ed una minore quantità di carboidrati rispetto ad un sedentario.
Questo è molto importante, perché, di conseguenza, si ha
una minore utilizzazione di glicogeno e quindi un minor accumulo di acido
lattico (anche perché a seguito dell’allenamento si ha un innalzamento della
soglia anaerobica, cioè l’intensità di lavoro oltre la quale si verifica un
brusco aumento di acido lattico nel sangue). La deplezione di glicogeno e
l’accumulo di acido lattico sono stati messi, da molti autori, in relazione
con l’insorgere della fatica muscolare. Di conseguenza, l’effetto di
risparmio di glicogeno, risulta essere un fattore importante per ritardare il
manifestarsi della fatica e per migliorare le prestazioni soggettive, in
particolare in attività prolungate nel tempo.(19)
Modificazioni nella composizione
corporea
L’allenamento induce, nella composizione corporea, le
seguenti modificazioni :
una diminuzione del grasso corporeo totale
un lieve aumento della massa corporea magra
una diminuzione del peso corporeo totale
Queste modificazioni, in particolar modo la diminuzione del
grasso corporeo, sono più pronunciate negli individui obesi che nei soggetti già
magri e possono essere spiegate da :
uno sviluppo muscolare dell’individuo che comporta un
aumento della sua massa magra e quindi anche del suo metabolismo basale
(consumo energetico minimo in condizioni basali, cioè per sostenere le
principali funzioni vitali)
un maggior consumo calorico giornaliero determinato dal
lavoro muscolare svolto che, se associato ad un adeguato regime dietetico,
determina un bilancio energetico negativo, per cui le calorie introdotte sono
minori di quelle spese; di conseguenza si ha una diminuzione di grasso
corporeo ed un calo ponderale
Modificazione dello stile di vita
L’allenamento e la pratica di esercizio fisico,
generalmente inducono nei soggetti, una modificazione ed un miglioramento dello
stile di vita.
Da varie indagini è emerso che, chi pratica attività fisica
in modo regolare, tende ad avere una dieta più equilibrata ( più ricca di
frutta, verdura e fibre e povera di grassi animali), a non fumare o fumare solo
un numero limitato di sigarette, a non abusare di alcolici, ad essere più
informato su argomenti come la prevenzione e la cura delle più importanti
malattie ed in generale a preoccuparsi di più del proprio stato di salute,
seguendo uno stile di vita più sano.(20)
Inoltre, l’esercizio fisico, risulta un’ottima valvola di
sfogo per incanalare ed eliminare tutte le tensioni e lo stress accumulati nel
corso della giornata.
Chi pratica attività fisica, a seguito delle modificazioni
biochimiche ed ormonali indotte nell’organismo dall’allenamento, tende ad
essere più sereno e soddisfatto rispetto ai soggetti sedentari, a godere di un
miglior benessere psicologico ed a presentare una maggiore vitalità e gioia di
vivere.
La tabella 2-2 riassume i principali vantaggi psicologici
favoriti da uno stile di vita attivo.
|
Effetti benefici potenziali a livello psicologico
di una regolare attività fisica
- riduzione dello stato di ansia
- miglioramento degli stati depressivi
- azione coadiuvante nella terapia farmacologica
della depressione
- riduzione dell’importanza degli atteggiamenti
di tipo nevrotico
- miglioramento dell’umore e della stima di se
stessi
- riduzione dello stress
|
Tabella 2-2
TAV. 1
|
MODIFICAZIONI INDOTTE DALL’ALLENAMENTO NEL SISTEMA
CARDIOCIRCOLATORIO
-
MODIFICAZIONE DELLE DIMENSIONI DEL CUORE
-
DIMINUZIONE DELLA FREQUENZA CARDIACA
- AUMENTO
DEL VOLUME DI SCARICA SISTOLICA
- AUMENTO
DELLA VASCOLARIZZAZIONE DEL CUORE
- RIDUZIONE
DELLE ARITMIE CARDIACHE
- RIDUZIONE
DELLA PRESSIONE SANGUIGNA
- RIDUZIONE
DEI LIVELLI DI COLESTEROLO EMATICO E TRIGLICERIDI
-
VARIAZIONE DELLA CAPACITA’ DI COAGULAZIONE DEL SANGUE
- AUMENTO
DEL VOLUME EMATICO TOTALE
|
TAV. 2
|
ALTRI PRINCIPALI ADATTAMENTI INDOTTI
DALL’ALLENAMENTO
-
MODIFICAZIONI RESPIRATORIE
-
MODIFICAZIONI A LIVELLO MUSCOLARE
-
MODIFICAZIONI NEI TESSUTI CONNETTIVI
-
MODIFICAZIONI METABOLICHE
-
MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE CORPOREA
-
MODIFICAZIONE DELLO STILE DI VITA
|
Come sintetizzato dalla TAV. 1 e dalla TAV. 2
nella pagina precedente, ci sono molte ragioni per cui, una regolare attività
fisica, è fondamentale per garantire una migliore efficienza fisica.
Innanzitutto, l’insieme di modificazioni che avvengono a livello cardiaco,
permettono una migliore ossigenazione del tessuto cardiaco, un aumento
d’efficienza del cuore come pompa ed allo stesso tempo una riduzione del
lavoro e del consumo energetico del miocardio, sia a riposo che per un
determinato carico di lavoro..
Anche la maggior efficienza respiratoria e la riduzione della
frequenza respiratoria, conseguenti all’allenamento, favoriscono una riduzione
del dispendio energetico dell’organismo.
Le modificazioni a livello muscolare permettono un aumento
della capacità lavorativa dell’individuo (forza, resistenza, ecc.) e quindi
la possibilità di svolgere con minore fatica ed in modo più redditizio le
varie attività fisiche di ogni giorno.
Oltre a garantire un miglior stato di benessere e di
efficienza all’intero organismo, l’esercizio fisico è importante in quanto
contribuisce, più o meno direttamente (come precedentemente visto), a ridurre
molti dei fattori di rischio di malattie cardiovascolari (diminuzione della
pressione sanguigna, calo dei livelli di colesterolo e trigliceridi, riduzione
del grasso corporeo, capacità di contrastare lo stress, ecc.) ed a favorire un
corretto stile di vita.(21)
Un’attività fisica, opportunamente programmata, risulta
quindi importante per permettere ad ogni individuo una migliore qualità ed
aspettativa di vita.
Bibliografia