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Doping nel Giro che
ha vinto
(Testimonianza
choc di un ex corridore, divenuto trafficante)
(concesso da Alessandro Schiasselloni)
Ora
racconta tutto e ha già deposto in quattro Procure.
Un
pentito contro Simoni
(articolo di
LUCA FAZZO e MARCO MENSURATI)
MILANO
- Nome in codice, testimone Tau. Dieci anni sul sellino, prima da
dilettante, poi come professionista. Campionati italiani, competizioni
internazionali, fino alle copertine e al ciclismo che conta. Come
compagna, lei, la "bomba": in muscolo, in vena, comprata,
contrabbandata, passata ad altri ciclisti ben più famosi di lui. Una
bella mattina due pattuglie di sbirri gli saltano addosso come fosse un
criminale. Quel giorno Tau decide di chiamarsene fuori e di raccontare
quello che sa. Ora le sue dichiarazioni sono in mano a quattro diverse
procure della Repubblica: hanno portato a buona parte delle scoperte di
questi giorni, e ad altre porteranno in un futuro ravvicinato.
Come
è cominciata?
"Col
direttore sportivo, come quasi per tutti. Ci sono quelli che si bombano
fin da ragazzini. Ma io quando ho cominciato non ci pensavo neanche. È
stato il mio ds, un giorno, a spiegarmi che lui non mi faceva "fare
la corsa", non mi metteva tra quelli destinati a vincere, perché
"non mi curavo". E io, ingenuo: "Perché devo curarmi,
che sto benissimo?". Poi ho capito cosa intendeva. Il giorno della
prima dose, il dottore della squadra mi sorrise: "Finalmente anche
tu nel mondo del doping". La prima volta che ho cercato di farmi
una iniezione nel sedere da solo mi sono bucato otto volte. Poi è
diventata un'abitudine. Fantastica: di colpo la bici comincia ad andare
da sola, non senti più la fatica. Mi facevo di Epo, Gh, Sinacten Depo.
Tutto quello che capitava sotto mano".
Il
resto della storia di Tau è uno sprofondare senza freni, una ridda di
personaggi loschi e riti criminali, un'abitudine che fa andare forte,
dannatamente forte. "Non ci facevamo domande. L'importante era
andare di più, sempre di più. C'è un farmaco molto usato che si
chiama Igf3, nelle istruzioni c'è scritto "not for human use",
non per uso umano. E noi: "Uau, se fa andare i cavalli figurati
cosa fa a noi". Leggevamo i giornali per tenerci aggiornati sulle
novità, quando leggemmo che un grande campione era stato beccato con l'Actovagin
ci precipitammo tutti a comprarlo anche noi, a Chiasso non ne rimase più
mezza fiala". Tutti sapevano tutto. E si creava persino una
solidarietà, se ti restava una fiala sola la dividevi con chi era
senza. "Se un compagno andava forte ti offrivi di procurargli tu la
roba perché non si stressasse e pensasse solo a vincere".
E
i controlli?
"Dormivamo
con l'Emagel sul comodino, abbassa i livelli, oppure ci sparavamo in
vena mezzo litro di soluzione fisiologica per diluire il sangue. A fine
gara ci facevamo subito l'Andriol, che dà positività per sette giorni,
ma la domenica successiva eravamo già puliti".
Come
è entrato in contatto con il racket?
"La
roba circola in ogni modo. Il canale di smercio principale sono i
direttori sportivi, sono loro a venderla ai ciclisti. Il mio fornitore
all'inizio era un massaggiatore della Gewiss, che spacciava Epo a
250mila lire a fiala. Un giorno ho rischiato di morire per una iniezione
andata a male, e sono stato pure ricoverato vicino Milano. Qualche tempo
dopo un dipendente dell'ospedale è venuto a casa mia: "Ah, lei è
ciclista, se vuole le faccio uscire qualcosa" e mi ha venduto due
milioni di roba. Un altro canale fondamentale sono le farmacie spagnole,
quando i dilettanti vanno in Spagna fanno la scorta per tutta la
squadra".
Ma la
vera capitale di tutto è Napoli. "Un giorno un corridore di
un'altra squadra, un ragazzo che conoscevo bene mi disse: perché non
vai a Napoli a comprarla, lì costa pochissimo. All'epoca io quattromila
unità di Epo le pagavo 250mila lire, a Napoli per 110mila mi davano
10mila unità. Di personaggi come Marzano a Napoi ce ne saranno duemila,
un mercato straordinario. Dagli ospedali esce di tutto. Ho fatto una
trentina di viaggi, ho cominciato a conoscere i personaggi del giro. Il
mio team manager aveva capito, mi disse: "Ti tengo ancora un po',
anche se vai piano. L'unica cosa è che mi devi procurare la roba".
Nell'ambiente si sapeva che avevo questo canale, e spesso c'era chi mi
chiedeva qualcosa".
Chi,
per esempio?
"L'elenco
sarebbe lungo: medici, direttori sportivi, colleghi. Durante il Giro
d'Italia dell'anno scorso il medico di Simoni chiese in giro un po' di
Igf3 e so per certo che l'ottenne".
È
sicuro di quello che sta dicendo? Quel Giro Simoni lo vinse senza essere
sfiorato da alcun sospetto.
"Non
mi chieda come, ma lo so per certo. E l'ho spiegato per filo e per segno
anche alla magistratura".
E
la Federazione, cosa fa?
"La
Federazione sa tutto. I ciclisti azzurri vengono selezionati in base ai
valore delle loro analisi. I selezionatori delle nazionali sono i primi
a chiedere ai ds di tenerti "pronto" il determinato atleta per
un certo appuntamento. Quando hanno fatto la squadre per le Olimpiadi
davano persino il "rimborso" per i farmaci. Tipo nota spese. E
quando tutta la nazionale della pista è stata beccata con il carico di
roba, hanno convinto il povero Trentin a prendersene la responsabilità
promettendogli che l'avrebbero coperto..."
(30
maggio 2002)
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