Nella tabella seguente, sono indicati quell’insieme di elementi che favoriscono il riassorbimento di matrice ossea e, quindi, rappresentano fattori di rischio per l’osteoporosi.
FATTORI
DI RISCHIO
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ETA’
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FUMO
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ALCOOL
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SOTTOPESO
CORPOREO (soggetti magri più a
rischio)
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RAZZA (bianca più a rischio)
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MENOPAUSA
(chirurgica o naturale)
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INSUFFICIENTE
APPORTO ALIMENTARE DI CALCIO
-
SEDENTARIETA’
La forma più comune di osteoporosi è quella senile (legata all’invecchiamento).
L’osso rarefatto degli anziani è meno resistente agli stimoli meccanici e tende, più facilmente di quello giovanile, a cedere sotto carico.
All’inizio, in questa patologia, il dolore insorge solo sotto sforzo, ma poi, con l’evolversi della malattia, si instaura un forte senso di fastidio che persiste anche a riposo.
Le cause del dolore sono: la deformazione dei corpi vertebrali, la perdita dei rapporti articolari fisiologici (dolori
osteoarticolari) e l’irritazione cronica delle radici nervose che ne consegue, che portano a loro volta a contratture articolari antalgiche.
Se il dolore improvvisamente peggiora, è probabile che sia intervenuta una frattura (spontanea o patologica).
L’osso osteoporosico è, infatti, più fragile di quello normale, per cui vi è una spiccata tendenza alle fratture: a 75 anni una donna su quattro va incontro a frattura patologica dei corpi vertebrali o del collo del femore!
Il sovraccarico della colonna toracica, già cifotica per l’assottigliamento dei dischi, provoca la formazione di vertebre a cuneo (più basse davanti) e nella colonna lombare, assialmente sovraccaricata, la formazione di vertebre biconcave (a pesce).
Come precedentemente evidenziato, l’osteoporosi colpisce le donne più degli uomini. Infatti, la cessazione dell’attività ovarica in menopausa ed in particolare la diminuita produzione di estrogeni accelera il processo fisiologico di riassorbimento dell’osso, che nella donna comincia dopo i 35-40 anni con una perdita media di matrice ossea di 0,2-0,3% all’anno. A 75 anni una donna ha perso il 25-50% di osso.
Che gli estrogeni abbiano un ruolo importante per la salute dell’osso è dimostrato nelle osteoporosi da ovarectomia, detta anche menopausa chirurgica (asportazione delle ovaie in età fertile): in questi casi la perdita ossea comincia già a due mesi dall‘intervento.
Ricorrendo precocemente ad una terapia sostitutiva con estrogeni si può evitare o, comunque, rallentare il processo di demineralizzazione dell’osso.
Ma non è solo colpa degli ormoni.
Il riassorbimento dell’osso è enormemente accelerato anche dalla sedentarietà e dall’inattività fisica.
Al contrario la sollecitazione meccanica dell’osso protegge dall’osteoporosi.
L’ipomobilità, infatti, privando gli osteoblasti di un’adeguata stimolazione, tende a limitare la loro attività ed a favorire l’azione degli osteoclasti, con un conseguente aumento della decalcificazione e della perdita di massa ossea.
Quanto sia importante l’attività fisica è dimostrato dal fatto che gli sportivi hanno un contenuto di calcio nell’osso a limiti alti o comunque maggiore della norma.
Gli astronauti, invece, per mancanza di gravità e peso non sottopongono le ossa a carichi e sollecitazioni, per cui l’osso si riassorbe.
L’osteoporosi degli astronauti sembra, al momento, uno dei fattori limitanti la lunga permanenza dell’uomo nello spazio.
Ma anche senza andare nello spazio, chiunque abbia dovuto portare un gesso per un certo periodo di tempo si ricorderà di aver sentito parlare di osteoporosi da inattività dell’arto fratturato, trattata poi con terapie riabilitanti intensive (ovvero tanto movimento), dopo la rimozione del gesso.
L’attività fisica, eseguita costantemente ed associata ad alimentazione ricca di calcio, è senza dubbio uno dei presidi terapeutici fondamentali nella prevenzione dell’osteoporosi ed è, comunque, di importanza fondamentale anche affiancata alla terapia farmacologica
(calcitonina, ecc.), qualora questa si dimostri indispensabile.(4)
Vista l’importanza dell’attività fisica come mezzo preventivo contro l’osteoporosi, può essere importante fare alcune considerazioni utili per elaborare un efficace protocollo di lavoro.
Risulta essenziale programmare un allenamento indirizzato al miglioramento della BMD (Bone Mass Density o densità della massa ossea o densità della massa ossea), in particolare degli arti inferiori e del rachide, le zone percentualmente più colpite da quadri di osteoporosi (anche per le elevate sollecitazioni di taglio e flessione che in queste aree si vengono a generare,
figura 5).

Fig. 5 – Schematizzazione dei piani di taglio e di torsione dell’anca
Se prendiamo ad esempio in considerazione la colonna vertebrale, possiamo considerarla come una struttura complessa composta da varie unità articolate tra loro.
Questa struttura ha due tipi di sostegno:
-
il sistema intrinseco, costituito dai dischi e dai legamenti vertebrali
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il sistema estrinseco, un meccanismo di supporto rappresentato dalle strutture anatomicamente inserite nella colonna, cioè i muscoli.
La densità minerale ossea della colonna vertebrale diminuisce con l’età ed in modo più pronunciato rispetto alle ossa dello scheletro appendicolare.
E’ stato dimostrato che questa perdita di massa ossea che si verifica con l’età, è intimamente connessa con la riduzione di forza dei muscoli che sostengono il rachide stesso.(5)
La perdita muscolare, si sa, contribuisce all’osteoporosi perché la massa muscolare è direttamente correlata con quella ossea, attraverso la relativa sollecitazione fisica che un muscolo può esercitare sull’osso, stimolando quindi la produzione di matrice.
Risulta, quindi, di notevole importanza prevenire la diminuzione di massa muscolare, non solo per il ruolo attivo che questa svolge nel mantenere elevata la BMD, ma anche perché una muscolatura debole non svolge appieno ed efficacemente il ruolo di supporto e sostegno del peso corporeo e dei carichi cui è preposta. In caso di marcati deficit muscolari aumentano, infatti, considerevolmente lo stress e le sollecitazioni meccaniche (forze di compressione, trazione, flessione, taglio e torsione) a cui le strutture ossee e legamentose sono soggette. Ad esempio, numerosi studi evidenziano come in caso di insufficiente forza dei muscoli estensori della colonna e dei muscoli del tronco (che con la loro contrazione trasformano le cavità toraciche ed addominali in cilindri semirigidi che alleggeriscono il carico gravante sulla colonna), aumenti il rischio di compressioni e fratture vertebrali e si generino pressioni molto elevate all’interno dei dischi intervertebrali.(6)
Come sopra enunciato, l’attività fisica costituisce il principale stimolo meccanico nella regolazione dei processi di modellamento del tessuto osseo. Affinché questo benefico effetto anabolico si presenti, è necessario però che l’allenamento sia programmato in modo che si generino adeguate sollecitazioni a livello osseo, non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo in termini di frequenza ed intensità. Per ottenere effetti ottimali l’attività fisica deve stressare e sollecitare il tessuto osseo che realizza un adattamento specifico ai carichi a cui è sottoposto, aumentando la propria densità e resistenza attraverso una vera e propria risposta di supercompensazione. Gli stimoli dovrebbero essere applicati ad una svariata gamma di movimenti, distribuendo le sollecitazioni con modalità e direzioni differenti, per indurre una risposta più marcata e generale.(7)
Andiamo ad analizzare le modificazioni e gli effetti che i diversi tipi di allenamento generano sul tessuto osseo, riprendendo e commentando alcuni degli studi e delle ricerche a tal proposito svolte da una delle maggiori autorità del settore: il Prof. Carmelo Bosco.
Stimoli meccanici determinati da esercizi con carichi elevati ed un numero relativamente basso di ripetizioni possono avere un grande effetto sulla massa ossea, più che attività con carichi leggeri e movimenti ciclici. Maggiori valori di massa ossea sono stati rilevati su sollevatori di peso di entrambi i sessi, rispetto a gruppi di controllo di soggetti sedentari o di atleti dediti a diverse discipline sportive di resistenza.
L’effetto di crescita che l’allenamento con carichi elevati genera sulla matrice ossea dipende, non solo dall’azione diretta della contrazione muscolare sullo scheletro, ma anche dall’effetto di compressione assiale che i carichi utilizzati generano a livello dell’osso.(8)
Anche gli esercizi di resistenza ciclici possono determinare un adattamento funzionale dell’osso. Si è evidenziato che tanto più il livello di stimolazione meccanica a livello osseo è bassa e tanto più diviene importante la frequenza con la quale detti stimoli si susseguono per indurre un’efficace azione
osteogenica. In parole povere, se lo stress meccanico indotto dall’esercizio fisico è basso, è necessario che venga mantenuto per più tempo o si ripeta con una frequenza piuttosto alta per poter comunque produrre effetti benefici nell’aumento di densità ossea.
Esercizi di resistenza ciclici sono ad esempio i tipici movimenti quotidiani come camminare, correre, salire le scale.
Da più studi è emerso che soggetti allenati con attività aerobiche per almeno 3 ore settimanali hanno una mineralizzazione ossea superiore a quella dei soggetti sedentari.
A tal proposito bisogna fare una distinzione. Esiste una sostanziale differenza tra la densità ossea di soggetti che nello svolgimento dell’attività fisica subiscono sistematicamente la forza del proprio peso esercitata dal suolo (corsa, marcia) e quelli che invece svolgono attività nelle quali manca l’impatto con il terreno (nuoto, canoa, ciclismo).(9)
Tutto questo suggerisce che la forza di gravità gioca un ruolo fondamentale nella stimolazione funzionale del sistema scheletrico.
Dall’impatto del piede con il terreno, infatti, si genera un treno d’impulsi che dal calcagno viene trasmesso alle strutture superiori, ottenendo come risposta una stimolazione degli osteoblasti, produttori di matrice ossea.
Al fine di ottenere una risposta ideale da parte del tessuto osseo è necessario valutare non solo il tipo di stress e la frequenza con cui viene applicato, ma anche la sua intensità.
Va da se che se l’intensità dello stimolo è al di sotto di un livello minimo, non si otterranno risultati indipendentemente dall’ottimizzazione di tutti gli altri fattori, mentre se l’intensità è eccessiva e supera la resistenza e la capacità di adattamento del sistema, produrrà un trauma o, nei casi peggiori, una frattura.
La giusta intensità di lavoro è senz’altro un valore soggettivo
da valutare adeguatamente in relazione alle condizioni fisiche e di fitness dell’individuo al quale si propone il programma di lavoro.
Movimenti che richiedono espressioni di forza e di potenza massima e che sottopongono il corpo ad impatti elevati con il terreno, tipici di discipline sportive come la pallavolo, l’atletica e la ginnastica, hanno un effetto estremamente positivo nel processo di nuova formazione ossea.
Esercitazioni con carichi ad alto impatto, come ad esempio balzi e salti, hanno dimostrato avere, in numerosi studi scientifici realizzati in donne premenopausa ed in donne anziane, un effetto benefico di miglioramento e mantenimento della mineralizzazione ossea.
Un’altra indagine svolta a tal proposito, che sottoponeva ad un regime di allenamento della durata di 12 mesi, soggetti di entrambi i sessi, di età compresa tra 50 e 73 anni, utilizzando un’ampia gamma di movimenti con carichi di varia entità eseguiti in regime di forza, resistenza ed alto impatto, ha evidenziato netti miglioramenti della densità ossea.
L’insieme dei dati ottenuti dalla ricerca, evidenzia come attività ad impatto elevato come i salti, abbiano un effetto ottimale sulla risposta
osteogenica, trasmettendo all’osso elevati gradienti di forze in tutte le direzioni e permettendo quindi una stimolazione benefica di tutta la struttura scheletrica nel complesso.(10)
Questo ci dovrebbe far riflettere sulla possibilità di inserire dette esercitazioni in programmi di lavoro finalizzati al mantenimento della massa ossea in soggetti più o meno anziani.
A tal proposito può rivelarsi efficiente l’utilizzo di attività quali la corsa, i saltelli, i balzi in protocolli di allenamento rivolti anche a gruppi di ultrasessantenni.
Per riportare le ossa ad una giusta consistenza bisogna, infatti, sottoporle a stimoli meccanici adeguati che, secondo gli studi più recenti, devono avere una componente di impatto dinamico.
Spesso, fare solo potenziamento con sovraccarichi o lavoro di resistenza aerobica su bike, senza esercizi di impatto dinamico, può non essere sufficiente.
Naturalmente, il tutto va proposto solo dopo il nulla osta del medico e tenendo conto di eventuali problemi articolari e muscolo-tendinei, allo scopo di adattare al meglio il programma al singolo individuo.
In particolare, i carichi di lavoro a cui si sottopongono soggetti osteoporosici e/o anziani, devono essere adeguati alle loro capacità e modulati in maniera progressiva, con l’obbiettivo di apportare benefici e non di creare traumi.
In realtà, in ogni attività sportiva ad alto impatto, spesso i problemi sorgono, più che per l’elevata intensità dei carichi, per la tecnica di esecuzione inadeguata e le posture sbagliate assunte durante la realizzazione degli esercizi.
A maggior ragione quindi, in soggetti anziani ed a rischio, postura e tecnica esecutiva dovranno essere curate fin nei più minimi dettagli, soprattutto in questo genere di esercizi.
Un semplice attrezzo ginnico come lo
step, può essere sfruttato ottimamente in programmi di questo genere. Le sollecitazioni che offre uno
step, utilizzato in modo corretto ed adeguato, possono essere decisamente utili negli individui in età avanzata per combattere e contrastare gli effetti dell’osteoporosi. Essendo uno strumento estremamente versatile, lo step può essere usato come valida variante alla corsa o sfruttato in numerosi altri modi.
Uno dei traumi più ricorrenti nell’anziano è la rottura del femore per caduta.
Questo evento è imputabile ad alcune precise cause quali:
, che rende fragile l’apparato scheletrico e che è sempre accompagnata da un progressivo calo della forza muscolare
una progressiva perdita di equilibrio
nei soggetti anziani
Attraverso l’utilizzo di un programma di impatto dinamico (che preveda ad esempio l’uso dello
step) si possono raggiungere importanti obbiettivi quali: l’incremento della forza e reattività muscolare, in particolar modo a carico degli arti inferiori, il ripristino ed il miglioramento degli automatismi legati all’equilibrio e l’aumento della densità ossea.
Possiamo, quindi, correggere tutti quei fattori di rischio che possono causare l’insorgere di fratture nell’anziano e quindi una precoce menomazione ed invalidità.
Riassumendo, un’attività fisica volta a combattere e prevenire l’osteoporosi dovrebbe, quindi, prevedere l’interazione ed integrazione di due tipi di programmi:
JRF : Joint Reaction Forces, protocolli di esercizi che inducono stress alla struttura scheletrica
attraverso forze di reazione articolare, quali ad esempio il sollevamento di manubri e bilancieri
o l’uso di macchine isotoniche. Queste attività hanno un’influenza positiva soprattutto sul
tessuto osseo dove si applica la tensione applicata dalla contrazione muscolare e, quindi,
un’azione distrettuale prevalentemente concentrata nel punto di inserzione muscolo-tendineo.
GRF : Ground Reaction Forces, protocolli di lavoro che si basano sull’azione svolta dalla forza di
gravità, comprendenti esercizi quali balzi, salti, step ed attività di resistenza antigravitarie come
la corsa. Questi esercizi hanno un’influenza più generale e determinano un aumento di
mineralizzazione sull’intera struttura scheletrica, anche se si sono evidenziati i maggior
incrementi a livello della regione prossimale del femore e dell’anca (tra l’altro due tra le zone
più a rischio di osteoporosi, motivo in più per applicare questo tipo di protocolli di lavoro).(11)
Nella lotta all’osteoporosi particolare importanza riveste anche la dieta che deve essere varia ed equilibrata e soprattutto garantire un adeguato e soddisfacente apporto di sali minerali e vitamine (soprattutto calcio e vitamina D). Per questo, per particolari categorie a rischio o in delicate fasi della propria vita, può risultare utile e raccomandabile l’utilizzo di specifici integratori, per sopperire all’insufficiente apporto alimentare o agli aumentati bisogni fisiologici. (figura 6)

Fig. 6.
Solo la correzione, ove possibile, di questi fattori di rischio e l’adozione di adeguati comportamenti (alimentazione adatta alle richieste dell’organismo, integrazione, movimento) e stili di vita possono prevenire e ridurre i problemi correlati a questa malattia.
Per questo, allo scopo di mantenere in buona salute il nostro organismo e le nostre ossa, è indispensabile eseguire costantemente un regime di allenamento ben programmato e strutturato.