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VALUTAZIONE DELL’ INTENSITA’ 
NELL’ALLENAMENTO CARDIOVASCOLARE

(prima parte)

 

(articolo di Tommaso Donati)

 

L’intensità dell’esercizio durante l’allenamento rappresenta, forse, il fattore più critico nel garantire il successo di un programma finalizzato al miglioramento del condizionamento aerobico. L’intensità di un’attività può essere definita come il livello energetico richiesto per il suo svolgimento e realizzabile grazie a specifici meccanismi produttori e liberatori di energia.

Dal punto di vista dimensionale, l’intensità è un’unità di potenza e può quindi essere espressa come: calorie spese nell’unità di tempo, potenza meccanica liberata (Watt), consumo di ossigeno al minuto, frequenza cardiaca di lavoro, ecc.

Il termine intensità di lavoro non può essere inteso in senso generale, ma deve sempre avere un significato relativo, in quanto, va rapportato alle condizioni organiche individuali. In termini assoluti infatti, una certa intensità di lavoro (ad esempio 150 battiti cardiaci al minuto), può risultare molto faticosa per un individuo e invece scarsamente impegnativa per un altro. Il carico di lavoro da svolgere va stabilito in base ai risultati di appositi test valutativi, all’anamnesi dell’individuo e ad un’analisi soggettiva del suo stato di salute e di forma.

Generalmente, per calcolare l’intensità di un determinato esercizio, ci si basa sulla frequenza cardiaca o sul consumo di ossigeno (espressi sotto forma di una determinata percentuale delle massime capacità funzionali del soggetto) o su dati che derivano o sono in diretta relazione con questi.

 

Frequenza cardiaca

Il limite della frequenza cardiaca massima raggiungibile sotto sforzo da un soggetto, dipende dalle condizioni di salute, dalle caratteristiche individuali e dal metodo di calcolo utilizzato.

Esistono tre metodi principali per calcolare la frequenza cardiaca allenante (FCA), cioè quella frequenza da dover raggiungere e mantenere durante le sedute di allenamento che permette di ottenere i migliori benefici senza rischi per la salute:

Metodo I : si imposta un carico che permette il raggiungimento di una determinata percentuale della frequenza cardiaca massima (la massima frequenza cardiaca teorica del soggetto –Fcmax- viene convenzionalmente calcolata sottraendo da 220 l’età dell’individuo): FCA = % FC max

Metodo II :bisogna innanzi tutto calcolare il valore di quella che viene definita frequenza cardiaca di riserva (FCR) dato dalla differenza tra la massima frequenza cardiaca e la frequenza cardiaca a riposo (FCR = FC max – FC a riposo). La frequenza cardiaca allenante, si ottiene dalla somma tra una determinata percentuale del valore della FCR e il valore della FC a riposo : FCA = % FCR + FC a riposo

Metodo III : l’intensità di lavoro viene calcolata prendendo come riferimento il massimo consumo di ossigeno del soggetto (VO2 max). In questo caso, la frequenza cardiaca allenante è la frequenza cardiaca corrispondente ad un determinato consumo di ossigeno, espresso come percentuale del VO2 max : FCA = FC a livello di una % VO2 max

Tutti i tre metodi sono accettabili; il Metodo I è il più usato in quanto, il calcolo dell’intensità di lavoro, risulta più rapido e pratico; alcuni ricercatori lo considerano però un procedimento datato e che tiene scarsamente conto della variabilità individuale. Questo metodo comporta, a parità di valore percentuale preso in esame, FCA più basse rispetto agli altri [ad esempio una frequenza cardiaca allenante di 166 battiti per minuto (FCA = 166) in un soggetto con FC max = 200 e FC a riposo = 65 corrisponde ad un valore pari al 75% della FCR e all’83% della FC max].

Una critica comune al Metodo II è la variabilità della FC a riposo, i cui valori si modificano di molto a seconda del momento in cui viene misurata, della postura, degli stress emotivi e delle condizioni ambientali. Per aumentare la precisione del metodo, si raccomanda di registrare la FC a riposo più volte per diversi giorni ed in condizioni standardizzate.

Il Metodo III, mettendo in relazione la FC ed il VO2, può rivelarsi meno pratico e più laborioso in quanto necessita del calcolo della massima potenza aerobica.(1)

In genere, nel programmare l’intensità dell’allenamento, si deve prevedere un carico di lavoro che permetta il raggiungimento del 70-85% della FCmax o del 60-75% della FCR o della frequenza cardiaca corrispondente al 60-80% del VO2 max.(2)

Non ha importanza quale metodo di calcolo si usa; chi è responsabile dell’allenamento deve capire che la FCA è solo una delle molte risposte fisiologiche monitorizzate durante il training.

In termini di efficacia e di sicurezza, per stabilire se un individuo risponde in modo idoneo all'esercizio, è importante capire l'uso della RPE (Rating of Perceived Exertion), rilevare le risposte più o meno esplicite del soggetto ed i segni ed i sintomi di fatica (astenia, sbalzi pressori, modificazioni del colore della cute, della respirazione e della sudorazione).

Come rilevare la frequenza cardiaca

La frequenza cardiaca aumenta con andamento lineare all'aumentare del carico di lavoro (come il consumo di ossigeno), fino a raggiungere un livello oltre il quale non aumenta più (FCmax e ancheV02max) anche se il soggetto sotto sforzo riesce a sostenere un carico ancora maggiore per un po' di tempo. Perché sia realmente lineare la relazione tra consumo di ossigeno e frequenza cardiaca corrispondente a quella determinata intensità di carico, è necessario che questi valori siano rilevati durante la fase di equilibrio (steady state), il cui concetto viene qui sotto chiarito.

Quando una persona incomincia un esercizio, la frequenza cardiaca all'inizio cresce rapidamente e poi continua ad aumentare lentamente in un tempo tra i 3 e i 5 minuti, anche se il carico di lavoro è costante. A questo punto, se il carico di lavoro non varia,, si stabilizza e rimane costante (come il consumo di ossigeno), salvo variazione di pochi battiti, durante il resto dell'esercizio: questo è lo "steady state" o lavoro all'equilibrio. Questa è la fase in cui si ha uno stato stazionario di equilibrio tra l’energia richiesta dai muscoli per compiere lavoro e la produzione energetica da parte dell’organismo. Siccome in questa condizione le reazioni ossidative coprono completamente il fabbisogno energetico, un allenamento di questo tipo può, teoricamente, essere protratto per lunghi periodi dall’organismo.

E’ evidente che nel programmare, monitorare e controllare l’efficienza di un lavoro aerobico, dal punto di vista pratico è fondamentale il rilevamento della frequenza cardiaca.

Per determinare la frequenza cardiaca possiamo:

• utilizzare un cardiofrequenzimetro come controllo di precisione in tempo reale del lavoro svolto;

• insegnare il controllo manuale come alternativa pratica e sempre a disposizione.

Principalmente durante i nostri test ed il nostro allenamento, rileviamo la frequenza cardiaca con il cardiofrequenzimetro.

E’ un sistema avanzato di controllo del battito cardiaco che permette in ogni momento di sapere se il range di lavoro viene rispettato, fornendo un dato numerico molto preciso. I migliori comprendono una cintura toracica che funge da supporto al trasmettitore, il rilevatore-trasmettitore vero e proprio e il cardiofrequenzimetro con display ad orologio, adatto ad essere portato al polso o collegato alle macchine da cardio-fitness. Il trasmettitore funziona senza fili, permettendo la più ampia libertà di movimento e sul display è visualizzata in tempo reale la FC in bpm (battiti al minuto).

E’ possibile, tramite segnali di avvertimento sonoro che vengono emessi dallo stesso apparecchio, sapere quando si supera il limite della propria FC utile o si è fuori dal proprio range di lavoro ottimale precedentemente impostato in memoria.

Con i modelli più sofisticati, al termine dell'esercizio è possibile, digitando le funzioni, fare apparire tutti i dati inerenti al lavoro svolto. Sono a disposizione per i rilevamenti anche cardiofrequenzimetri portatili meno complessi, anche se meno precisi, che funzionano impugnandoli tra le mani o applicando l'apposita sonda al lobo dell'orecchio. Dopo pochi secondi sul display appare il valore reale della frequenza cardiaca. Sono meno precisi perché possono venire influenzati da movimenti del soggetto (il valore rilevato varia in continuazione di alcuni battiti) oppure dalla concomitante presenza nelle vicinanze di altri apparecchi elettronici.

Non dimentichiamo il rilevamento manuale della frequenza cardiaca tramite palpazione. La manovra può sembrare relativamente semplice e scontata, ma per ottenere risultati precisi è necessaria un minimo di pratica.

La rilevazione delle pulsazioni può venire effettuata in una delle seguenti sedi:

• arteria radiale: nella sede anterolaterale del polso, direttamente in linea con la base del pollice;

• arteria carotide: sul collo, appena lateralmente rispetto alla laringe;

• arteria brachiale: all'interno della parte superiore del braccio, dietro l'inserzione prossimale del bicipite, al di sotto dell'ascella;

• arteria inguinale: alla piega dell'inguine, pochi centimetri sopra l'eminenza pubica.

Quando si determina il battito cardiaco con la palpazione, bisogna sempre avere le seguenti accortezze: usare la punta del dito medio e dell'indice, non usare il pollice perché possiede una propria pulsazione che potrebbe causare un errore di misurazione; quando si rileva nella regione carotidea, non applicare forte pressione, infatti i barocettori della carotide risentono di questa compressione e causano come riflesso un rallentamento del battito cardiaco.

Il cronometro va azionato simultaneamente al battito ed il primo battito va contato come zero. Si deve continuare a contare per un periodo di tempo predefinito (6, 10, 15, 30 o 60 secondi) e poi rapportare al minuto i battiti rilevati.

Per gli individui meno esperti può essere abbastanza difficile rilevare manualmente la frequenza cardiaca durante un test: il soggetto si muove e il polso può variare. Il valore più esatto, secondo gli esperti, si ottiene statisticamente prendendo il tempo di 30 battiti e utilizzando poi le tabelle di conversione. Una persona abituata a sentire il polso, sia alla palpazione sia all'auscultazione, ottiene valori molto vicini a quelli rilevati all'ECG, se il polso è regolare.

Se il dato serve per verificare l'intensità dell'allenamento, il rilevamento può essere fatto anche immediatamente e velocemente appena concluso l'esercizio. Questo metodo non è privo di errori, perché le pulsazioni tendono immediatamente a diminuire per l'instaurarsi del processo di recupero, ma si ritiene comunque un dato soddisfacente contare subito dopo lo sforzo le pulsazioni per 6 secondi e moltiplicarle ovviamente per 10 per ottenere i battiti al minuto. Altri studiosi ritengono praticamente corrispondenti a quelle durante lo sforzo le pulsazioni prese entro 15 secondi dalla fine dello stesso.(3)

 

Il massimo consumo di ossigeno o V02max

Il Massimo Consumo di Ossigeno detto anche Massima Potenza Aerobica, è rappresentato dal valore del massimo consumo di O2 che un soggetto presenta in corso di attività muscolare ritmica, protratta ed intensa, impegnando grandi masse muscolari (in genere gli arti inferiori), e respirando aria, a livello del mare.

In pratica è la quantità massima di ossigeno che può essere captata, trasportata ed utilizzata dall'organismo (dall'entrata nei polmoni sino ai tessuti del corpo) e rappresenta quantitativamente la capacità di un individuo di produrre e utilizzare energia, generata dal sistema ossidativo-aerobico a livello muscolare.

Con la determinazione del massimo consumo di ossigeno possiamo rilevare l'apporto aerobico massimo nell'unità di tempo e la capacità funzionale del sistema cardiocircolatorio, in quanto esiste un’elevata correlazione fra la portata cardiaca massima e la massima potenza aerobica.

Il massimo consumo di 02 può essere espresso in valore assoluto in litri/minuto (l/min.) oppure in valore relativo al peso corporeo in ml/Kg/min, essendo validi entrambi i dati e preferendo l’uno o l’altro a seconda di quello che si vuole andare a valutare. Per soggetti che non sono impegnati in attività sportive agonistiche specifiche e di livello elevato, per i quali non conta tanto la prestazione massimale e quindi il consumo max di O2 in senso assoluto (l/min.), l'indice più attendibile dell'efficienza fisica è proprio il valore del V02max espresso in ml/Kg/min. Quest’ultimo, infatti, rapportando la quantità di ossigeno utilizzata all’unità di peso, permette comparazioni anche tra soggetti costituzionalmente e strutturalmente diversi tra loro.

I valori medi normali dipendono dal sesso e dall'età e sono, per i maschi adulti in buona salute un V02max attorno ai 44 ml/Kg/min e, per le femmine adulte, un V02max di circa 35 ml/Kg/min. Tali valori diminuiscono oltre i 20-30 anni e vanno gradualmente riducendosi. La differenza tra maschi e femmine dipende dalla differenza di massa muscolare e di contenuto totale di emoglobina, entrambi inferiori nelle donne. La differenza tra maschi e femmine è minore se si considerano i valori relativi al peso corporeo (ml/Kg/min) rispetto al confronto tra valori assoluti (l/min.) e diventa minima quando il V02max è riferito al peso corporeo magro (massa magra).

La pratica regolare di attività fisica di tipo aerobico porta a miglioramenti delle capacità aerobiche e quindi della potenza aerobica ed in soggetti praticanti attività di fondo si possono raggiungere valori medi di V02max di 50-55 ml/Kg/min.

Valori più elevati si riscontrano in atleti agonisti di alto livello praticanti discipline di resistenza (atleti fondisti, nella corsa, nel ciclismo, nello sci di fondo), attorno ai 75-80 ml/Kg/min: circa il doppio di un soggetto in buona salute con un buon allenamento aerobico.(4)

 

Classificazione del fitness cardiocircolatorio

Questi dati sottolineano quindi l'importanza del training aerobico: l'allenamento cardiovascolare permette di condizionare la capacità di trasporto e di utilizzo dell'ossigeno da parte dell'organismo, aumentando la gittata sìstolica e diminuendo i battiti a riposo.

Il cuore, adattandosi positivamente, sarà in grado di pompare sangue con molta più potenza, capacità ed efficienza, ma con minor dispendio energetico e risparmiando sul numero di battiti: maggior rendimento e minor lavoro totale.

Ovviamente, maggiore è lo stato di efficienza cardiorespiratoria di una persona, maggiore sarà la sua capacità di utilizzare l’ossigeno nell’attività muscolare e la quantità di lavoro che sarà in grado di produrre a parità di battiti cardiaci.

Ricordiamo inoltre che sono due le componenti che costituiscono la prestazione aerobica: la massima potenza aerobica, già descritta, e la capacità aerobica (o resistenza aerobica o endurance), intesa come la capacità dell'organismo di svolgere un esercizio muscolare generalizzato, in condizioni aerobiche, prolungato nel tempo ad intensità medio-bassa.

Il punto di partenza per svolgere un allenamento di capacità aerobica consiste nel lavorare in steady-state, cioè in equilibrio tra l'apporto e il consumo di ossigeno senza aumento di acido lattico (per es. con la corsa lunga e lenta). Quanto più le distanze diventano lunghe e maggiore è il tempo di lavoro, tanto più questa caratteristica aerobica diventa importante; essa infatti rappresenta la capacità dell’individuo di sostenere una buona potenza aerobica per un lungo tempo e di compiere un elevato lavoro organico complessivo. Il principale fattore limitante la capacità aerobica a livello organico è, essenzialmente, la disponibilità di glucidi e lipidi come substrato energetico nel corso del lavoro muscolare. Tornando al V02max, la quantità di ossigeno che il sistema cardiorespiratorio può veramente utilizzare dipende particolarmente da alcune funzioni fisiologiche concatenate, che ne diventano anche i fattori limitanti:

  • la ventilazione polmonare

  • la diffusione dell'ossigeno dagli alveoli polmonari ai capillari

  • la quantità di ossigeno presente nel sangue, che dipende anche dalla quantità di emoglobina contenuta nel sangue stesso

  • la quantità di sangue che pompa il cuore ad ogni contrazione sistolica

  • la distribuzione del sangue ai muscoli per mezzo di arterie, arteriole e capillari

  • la capacità delle cellule di utilizzare l'ossigeno: questa dipende dalla quantità dei mitocondri e dagli enzimi mitocondriali contenuti nelle cellule, che sono necessari affinché avvengano le reazioni biochimiche che utilizzano l'ossigeno (aerobiosi).

 

Se c'è una riduzione di una di queste funzioni, la potenza aerobica può essere ridotta.

L'allenamento incrementa molte di queste funzioni: per es. aumenta la funzionalità cardiaca, la capillarizzazione periferica a livello muscolare, il numero e la specificità dei mitocondri e degli enzimi nelle cellule muscolari.(5)

Il decadimento a livello cardiovascolare inizia precocemente, anche nei soggetti sani, se manca un allenamento adeguato: già dopo i 25-30 anni i valori del V02max tendono a diminuire; circa il 10-15% in meno ogni decade di età. L’efficienza aerobica ha una longevità molto breve rispetto ad altre capacità. Ad esempio, la forza muscolare, raggiunge l’apice circa a 25 anni e si mantiene a livelli molto elevati fino a circa 40 dopo di che, in mancanza di un training adeguato, con il passare degli anni, si ha una perdita progressiva di questa qualità (in un grafico dove nelle ordinate si riportano i valori di forza e nelle ascisse l’età in anni, si viene a delineare una parabola discendente). Anche il V02max segue un’involuzione simile ma molto più precoce e marcata.

Fortunatamente un training specifico può contrastare efficacemente questo fisiologico processo: la potenza aerobica attraverso un buon programma di allenamento può incrementare del 15-20% e soprattutto i valori del V02max possono mantenersi invariati fino ai 35-40 anni e regredire molto più lentamente con l'età. Naturalmente un buon programma deve essere appropriato, sistematico ed individualizzato; i carichi di lavoro e la loro intensità devono essere stabiliti in partenza valutando i vari parametri, tra cui il VO2max iniziale, con appropriati test aerobici.

Ricordiamo che i principali fattori che intervengono nel miglioramento delle doti aerobiche sono:

• adattamento dell'apparato cardiocircolatorio e respiratorio

• adattamento del sistema di trasporto dell'ossigeno

• aumento della capillarizzazione muscolare

• adattamento enzimatico e mitocondriale nei muscoli scheletrici

• aumento del rendimento meccanico del gesto.

Questi parametri variano tra soggetti sedentari, allenati ed atleti.

Un elevatoV02max indica generalmente, pur con le dovute eccezioni e cautele, una buona capacità funzionale ed un efficiente stato di salute del soggetto.(6)

 

Come valutare correttamente il massimo consumo di ossigeno

Esistono numerosi metodi diretti (laboriosi e costosi), per valutare in laboratorio con elevata precisione il massimo consumo di ossigeno, consistenti nel misurare con apposite apparecchiature l'ossigeno consumato dall'atleta durante esercizio fisico; il carico di lavoro viene progressivamente aumentato sino a quando il consumo di 02 non aumenta più in proporzione all'aumento del lavoro o sino all'esaurimento globale del soggetto (test massimali). I valori sono ricavati dall'analisi dei gas inspirati ed espirati (02 - C02).

Per motivi economici e di praticità, si può fare uso di metodi indiretti, per avere un'idea comunque abbastanza precisa del valore del VO2max sia in palestra che sul campo(ad esempio una pista di atletica).

I metodi indiretti utilizzati sono molteplici e più o meno validi: tutti si basano sul rilevamento della frequenza cardiaca quale elemento importante nel determinare il consumo di ossigeno; è stato infatti dimostrato come la frequenza cardiaca aumenti con lo sforzo parallelamente al consumo di ossigeno (fino al valore di soglia anaerobica). Rappresenta, quindi, un valido parametro delle prestazioni aerobiche, di facile rilevamento, per risalire con opportuni protocolli alla stima indiretta del V02max, se si tiene conto delle variazioni individuali dovute all'età, il sesso, la posizione del corpo, l'assunzione di taluni farmaci o sostanze stimolanti, lo stato emotivo e lo stress e l'effetto di condizioni ambientali quali la temperatura, l’altitudine, l’umidità.

E’ necessario, quindi, agire e valutare queste variabili, per ridurre il più possibile il loro influsso sulla prestazione durante un test.

Sul campo e in palestra è necessario usare tecniche semplici e sicure per il soggetto (test sub-massimali indiretti), anche perché l'aiuto del computer in questi ultimi anni ha permesso di ricavare dati molto attendibili anche da questi veloci protocolli.

Il test di esercizio sub-massimale assume una relazione lineare tra la frequenza cardiaca, l'apporto di ossigeno e l'intensità del lavoro.

Un'altra ipotesi per il test sub-massimale è che il battito cardiaco massimo (predeterminato con apposite formule) per soggetti della stessa età sia simile (FCmax teorica). In realtà la FCmax può variare anche di più di 10 bpm per individui della stessa età, come si è riscontrato in test veramente massimali condotti in laboratorio da vari studiosi.

In genere, causa la variabilità del battito cardiaco massimo, gli studiosi hanno visto che l'errore di stima del V02max è nei test sub-massimali intorno al 10-20%.

Generalmente il V02max prestimato in test di esercizio sub-massimale tende ad essere sopravalutato per gli individui altamente allenati e sottovalutato per quelli poco allenati o sedentari.

Bisogna sempre selezionare un modello di esercizio ed un protocollo di test adatto al soggetto, in base all'età, al sesso ed al suo stato di salute e di efficienza fisica.

In palestra si usano fondamentalmente 3 metodi per riprodurre carichi di lavoro standardizzati: pedalare al cicloergometro, correre o camminare su nastri trasportatori e salire e scendere da un gradino.

Ad esempio il bike-test consiste nello svolgere 3 o 4 fasi consecutive di lavoro (di intensità progressivamente crescente) ad un determinato carico (espresso in Watt) di circa 3-4 minuti l’una. Se durante l’esecuzione del test si rileva una frequenza cardiaca superiore all’85% della Fcmax teorica (220-età) del soggetto, il test viene interrotto e si utilizzano i dati parziali a disposizione per l’estrapolazione del risultato, in base alla relazione lineare esistente tra aumento di frequenza cardiaca e di consumo di ossigeno.

Esistono moltissimi protocolli simili per la determinazione indiretta del VO2max che pur svolgendosi su attrezzature diverse, utilizzano il medesimo meccanismo di estrapolazione.

Ad esempio esistono test di camminata su nastro trasportatore, a velocità costante ed aumento progressivo della pendenza fino al raggiungimento dell’85% della FCmax o test di salita di un gradino, rispettando una determinata frequenza di salita, sempre monitorando la frequenza cardiaca al fine di risalire da questa al VO2max.

In mancanza delle macchine da cardio-fitness e se ci troviamo all’aperto possiamo comunque utilizzare appositi test da campo per una stima sufficientemente valida del VO2max.

Ad esempio il Rockport Walking Institute ha ideato un apposito protocollo, "Il test di camminata", per valutare l’efficienza cardiorespiratoria di uomini e donne tra 20 e 70 anni.

Questo, richiedendo solo una camminata veloce e quindi un gesto tecnico semplicissimo e privo di impatto e traumi per l’individuo, è molto utile per testare anche soggetti anziani o sedentari ed inattivi da lungo tempo. Risulta forse meno idoneo a valutare soggetti atletici con valori di VO2max particolarmente elevati.

L’individuo deve camminare per un miglio (1610 metri) in un terreno pianeggiante e privo di ostacoli, il più veloce possibile e deve rilevare con precisione il tempo impiegato ed il suo battito cardiaco alla fine del test. In mancanza di cardiofrequenzimetro deve determinarlo per palpazione per 15 secondi e calcolare poi i battiti al minuto. Il test deve essere preceduto da un leggero riscaldamento e da stretching per 5-10 minuti. Gli inventori di questo test hanno realizzato vari grafici per classificare in base alla frequenza cardiaca rilevata, il livello di fitness cardiorespiratorio in relazione al sesso, all’età ed al peso del soggetto.

In alternativa si può utilizzare la seguente equazione per stimare il VO2max della persona sottoposta al test espresso in ml/Kg/min.

VO2max =

132,853- (0,17089 x peso in Kg) – (0,3877 x età) + (6,3150 x S) – (3,2649 x tempo impiegato a realizzare il miglio) – (0,1565 x FC rilevata a fine test)

dove S è uguale a 1 se il soggetto è un uomo e uguale a 0 se il soggetto è donna.

Il tempo deve essere espresso al centesimo di minuto (ad es. se ottengo 12’30’’ deve convertire in 12,50).

 

Un altro test da campo (forse il più famoso e semplice, perché non richiede particolari attrezzature e permette di valutare contemporaneamente più persone) è il "Test di Cooper", inventato dal dottor Cooper alla fine degli anni ’60.

Questo test consiste nel percorrere la maggior distanza possibile correndo su un terreno privo di ostacoli ed in piano e che permette l’esatta valutazione dei metri percorsi (ideale è un campo di atletica).

In base ai metri percorsi viene espresso un giudizio di valutazione, tenendo conto dell’età e del sesso del soggetto.

La tabella 2 mostra tali dati, come originariamente proposti e previsti da Cooper.

Test di Cooper -Indice di valutazione del fitness aerobico in base alla distanza percorsa

Valutazione

13-19 anni

20-29 anni

30-39 anni

Maschi

     

Molto scarsa o pessima

< 2000

< 1960

< 1900

Scarsa o mediocre

2000 - 2200

1960 - 2110

1900 - 2090

Sufficiente o discreta

2200 - 2500

2110 - 2390

2100 - 2330

Buona

2500 - 2770

2400 - 2640

2340 - 2510

Ottima

2780 - 3000

2650 - 2830

2520 - 2720

Eccellente o superiore

> 3000

> 2830

> 2720

 

Femmine

     

Molto scarsa o pessima

< 1610

< 1540

< 1510

Scarsa o mediocre

1620 - 1890

1540 - 1780

1510- 1690

Sufficiente o discreta

1900 - 2070

1790 - 1960

1700 - 1900

Buona

2080 - 2300

1970 - 2160

1910 - 2070

Ottima

2310 - 2430

2170 - 2350

2080 - 2230

Eccellente o superiore

> 2430

> 2350

> 2230

Tabella 2.

Inoltre, tramite una semplice formula, si può calcolare il VO2max (espresso in ml/Kg/min), esistendo una buona correlazione tra distanza percorsa e potenza aerobica:

VO2max = -10,25 + (0,022 x metri percorsi)

Alcuni autori forniscono un’altra formula empirica per il calcolo della massima potenza aerobica che fornisce, a parità di dati, risultati molto simili all’espressione precedente:

VO2max = 0,011 x (metri percorsi + 21,9)

Quello di Cooper, pur essendo un buon test, efficiente e pratico, presenta tuttavia alcuni inconvenienti e limitazioni.

Il risultato del test è, infatti, fortemente influenzato da:

  • la condizione di base del soggetto; individui in forte sovrappeso devono portarsi dietro una zavorra che sicuramente influenza negativamente la prestazione e la sua veridicità

  • la motivazione e capacità di tollerare lo sforzo e la fatica del soggetto; perché sia abbastanza affidabile questo test deve essere svolto in modo impegnativo, sfruttando a fondo la capacità dei propri sistemi energetici e l’efficienza del proprio apparato cardiorespiratorio

  • l’efficienza meccanica del gesto tecnico; la corsa deve essere uno schema motorio ben padroneggiato dal soggetto e con un elevato rendimento energetico, altrimenti, gran parte della fatica sarà spesa non per percorrere la maggior distanza nel minor tempo, ma per coordinare i movimenti dei vari segmenti corporei.

Alla luce di tutto questo, il test di Cooper non può essere utilizzato indiscriminatamente su tutti i soggetti (anche se su una grande maggioranza sì), ma il suo uso deve essere opportunamente valutato caso per caso. Questo anche in risposta alla critica mossa da alcuni autori per i quali, richiedendo un totale ed esauriente impegno da parte del soggetto esaminato, questo test può essere identificato come di tipo massimale. Infatti, pur essendo considerato statisticamente sicuro per i soggetti sotto i 40 anni, bisogna comunque sempre avere qualche riserbo a proporlo ad individui senza indagare sul loro stato di forma e di salute, in quanto, questo test può sottoporre l’organismo della persona a stress e sollecitazioni notevoli e, per taluni, forse eccessive.(7)

 

 

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Bibliografia

1. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico 
Editore 1995 ; 12 : 312-313.

2. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico 
Editore 1995 ; 13 : 314-318.

3. F. C. Hatfield e coll. : Fitness : the complete guide. ISSA- Edizioni Sporting Club Leonardo da Vinci 1992; 4 : 5-8.

4. McArdle-Katch-Katch : Fisiologia applicata allo sport. Casa Editrice Ambrosiana 1997 ; 

5. C. Hatfield e coll. : Fitness : the complete guide. ISSA- Edizioni Sporting Club Leonardo da 
Vinci 1992; 4 : 13-15.

6. McArdle-Katch-Katch : Fisiologia applicata allo sport. Casa Editrice Ambrosiana 1997 ; 
5 : 123-136.

7 F. C. Hatfield e coll. : Fitness : the complete guide. ISSA- Edizioni Sporting Club Leonardo da 
Vinci 1992; 4 : 44-55.

8. Borg : Psicological basis of physical exertion. Med. Sci. Sports Exerc. 1982; 14 : 377.

9. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico 
Editore 1995 ; 4 : 76-77.

10. Fox E. : Le basi fisiologiche dell’educazione fisica e dello sport. Il Pensiero scientifico 
Editore 1995 ; 12 : 317-318.

11. McArdle-Katch-Katch : Fisiologia applicata allo sport. Casa Editrice Ambrosiana 1997 ; 
12 : 379.

12. C. Hatfield e coll. : Fitness : the complete guide. ISSA- Edizioni Sporting Club Leonardo da 
Vinci 1992; 4 : 31-32.

 

 

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